

“Onorate l’Altissimo Poeta”.
Non è un invito messianico al culto della letteratura. È una novella di uno dei miei personaggi letterari preferiti, Isaac Asimov, inventore de facto della fantascienza per come la conosciamo, genio visionario che ha anticipato praticamente ogni tappa evolutiva umana, scrivendo già negli anni ‘60 di intelligenza artificiale generativa e mondi distopici basati su quantum computing e matematica predittiva.
Certo, “Onorate l’Altissimo Poeta” non è proprio un titolo fantascientifico, almeno all’apparenza. Che poi il titolo reale sarebbe “The Immortal Bard”, ma qui in Italia abbiamo la fissa della traduzione fantasiosa, a tratti idiota e fuori luogo, di qualsiasi cosa. Basti pensare che “Gold”, di Stephen Gaghan, è stato tradotto in italiano come “La Grande Truffa”. E in teoria avremmo dovuto scoprire dell’esistenza della truffa verso la fine del film. Vabbè.
Tornando ad “Onorate l’Altissimo Poeta”, si tratta di un breve racconto che prende forma attraverso il dialogo di due professori universitari, il fisico Welch e il giovane insegnante di inglese Robertson. Welch, attraverso un particolare sistema di trasferimento temporale, ha trovato il modo di riportare indietro gli “spiriti dei morti illustri”. Dopo alcuni tentativi con i vari Archimede, Newton e Galilei (andati tutti in vacca a causa della difficoltà di questi ad adattarsi al mondo moderno), alla fine Welch ha optato per William Shakespeare, che ha invece dimostrato ottime capacità di adattamento al mondo nostrano.
Morale della favola? Shakespeare, inorridito dalle interpretazioni grossolane, artificiose e sconclusionate delle sue idee cinque secoli dopo, viene iscritto da Welch ad uno dei corsi su Shakespeare del professor Robertson. Con sorpresa, quest’ultimo scopre da Welch di averlo malamente bocciato. Esattamente: un giovane ed orgoglioso trentenne boccia William Shakespeare ad un corso sulle sue stesse opere.
È un racconto estremamente verosimile, eccezion fatta per il piccolo particolare del teletrasporto temporale di anime cadute. Abbiamo troppo bisogno di idoli per ammettere che probabilmente, a conti fatti, almeno la metà di loro ci avrebbe preso a sberle se riesumata ai giorni nostri. Dobbiamo mostrare di saperne tanto di tutto, dobbiamo essere quelli che hanno a cuore la storia e le tradizioni ma pure il progresso e il futuro, e se questo significa trasformare Oscar Wilde (esteta e vanitoso consumatore di orge nel lusso sfrenato del panorama castale e classista vittoriano) nel paladino delle neo-femministe trasandate e acconciate da carnevale di Rio poco importa, ormai la narrazione è cosa di chi la produce. L’aderenza al soggetto reale è puramente accessoria.
Ogni volta che qualcuno proverà a vendervi la propria aderenza ideologica ad un personaggio di nobile spessore proveniente dal passato, seppur confacente al sentire comune, ribellatevi. Siate crumiri culturali.
Se volete considerare Diego Armando Maradona come un semplice milionario cocainomane amico dei camorristi anziché come un’icona della lotta di classe degli ultimi, fatelo. Se per voi Luttazzi era comunque un fenomeno della risata perché tanto la comicità altro non è se non riesumare vecchie sciocchezze esilaranti con qualche rielaborazione, va benissimo.
Prendetevi anche il lusso di odiare Shakespeare.
Diffidate sempre dal canonico. Che sia leggendo questa rivista o scrivendo “Leopardi storpio frustrato” sui muri della facoltà di lettere della Sapienza. Il mondo potrebbe essere stato, essere ed essere in futuro estremamente diverso da come ve l’hanno raccontato tutti fino ad ora.
Buona lettura.
