

Credo che nessuna generazione prima della nostra abbia mai avuto la possibilità di vedere la guerra così da vicino pur restando, allo stesso tempo, così lontana da essa.
Per molto tempo, per conoscere i dettagli di un conflitto, bisognava aspettare fotografie, servizi televisivi e testimonianze degli inviati. Oggi possiamo vedere un bombardamento pochi minuti dopo che è avvenuto, ascoltare chi si trova sotto le bombe e osservare le macerie di una città mentre siamo seduti sul divano, in metropolitana o mentre andiamo a scuola o al lavoro.
E per quanto tutto questo significhi avere accesso a un’informazione più diretta, immediata e spesso meno filtrata, trovo ci sia qualcosa di profondamente strano nel modo in cui ormai la riceviamo.
Guardiamo un palazzo distrutto, scrolliamo; una famiglia in fuga, scrolliamo ancora; poi arrivano una pubblicità, il gol della nostra squadra del cuore, una ricetta, la foto di un amico in vacanza e andiamo oltre. Non si tratta di cinismo: è semplicemente il modo in cui oggi riceviamo una parte della realtà, tutta racchiusa nello stesso schermo e separata dal movimento di un dito.
Il rischio è che questa vicinanza produca, al contrario di quanto si potrebbe immaginare, una distanza emotiva sempre maggiore.
Le prime immagini di una guerra ci sconvolgono, poi impariamo lentamente a riconoscere missili, sirene, colonne di fumo e linee del fronte. Anche le parole diventano familiari: offensiva, rappresaglia, escalation, vittime collaterali. A forza di sentirle, però, rischiano di trasformarsi in formule e di rendere astratto qualcosa che astratto non è affatto. E quando una tragedia diventa parte del “paesaggio naturale” del nostro cellulare, può accadere che smetta perfino di sorprenderci.
Dietro un edificio distrutto c’era una casa; dietro un numero c’è qualcuno che non tornerà; dietro un video che resta sul nostro schermo per pochi secondi ci sono persone per le quali quegli stessi secondi hanno diviso la vita in un prima e in un dopo.
La tecnologia ci ha dato la possibilità straordinaria di essere testimoni quasi in tempo reale di ciò che accade a migliaia di chilometri da noi. Ma essere esposti continuamente a qualcosa non significa necessariamente comprenderlo meglio, così come vedere tutto non significa automaticamente sentire di più.
Forse, allora, la prossima volta che sul nostro schermo comparirà una guerra, potremmo semplicemente fermarci qualche secondo in più. Non per sentirci in colpa o fingere che basti guardare per cambiare ciò che sta accadendo, ma per chiederci chi stiamo osservando e cosa resterà di quella storia quando noi avremo già chiuso l’applicazione e continuato la nostra giornata.
Non cambierà il corso di quella guerra, ma può ricordarci che, dall’altra parte dello schermo, qualcuno non può semplicemente scrollare il proprio feed per “andare oltre.”
