

Avevo circa sedici anni quando andai al cinema a vedere The Zero Theorem di Terry Gilliam. Ricordo perfettamente la confusione che mi lasciò addosso quel film. Mi sembrò una storia surreale, incomprensibile. Uscii dalla sala con la convinzione di aver perso quasi due ore del mio tempo e, a giudicare dalle recensioni di alcuni utenti, non fui l’unico a pensarla così. Per anni me ne sono completamente dimenticato. Poi, qualche settimana fa, mi è tornato in mente e ho iniziato a interpretarlo in modo completamente diverso.
Il protagonista, Qohen Leth, vive praticamente isolato dal mondo. Trascorre le giornate lavorando davanti a uno schermo per risolvere un teorema che dovrebbe spiegare il senso dell’universo, mentre aspetta ossessivamente una telefonata destinata, almeno nelle sue speranze, a dare finalmente un significato alla sua esistenza. Intorno a lui tutto è iperconnesso, frenetico, saturo di pubblicità, stimoli e tecnologia. Eppure è profondamente solo.
Da ragazzino lo vidi come la rappresentazione di un futuro improbabile. Oggi, invece, mi sembra l’immagine – sicuramente esagerata – del nostro presente.
Anche noi siamo sempre in attesa di qualcosa: una notifica, una risposta o un messaggio. Viviamo con la sensazione che la nostra felicità sia sempre rimandata a qualcosa che deve ancora arrivare, come se il presente fosse soltanto una sala d’attesa.
Nel frattempo le giornate scorrono. Passiamo ore davanti a uno schermo, interrompiamo una conversazione per controllare il telefono, camminiamo senza alzare gli occhi, ceniamo insieme continuando a guardare altrove. Siamo connessi con chiunque, ma facciamo sempre più fatica a essere davvero presenti.
Forse è questa la forma di alienazione più subdola del nostro tempo.
Rivedendo idealmente The Zero Theorem, mi sono reso conto che il teorema non era il centro della storia. Il vero centro era l’idea che il senso della propria vita dovesse arrivare dall’esterno: da una telefonata, da una risposta definitiva, da qualcuno o qualcosa capace di riempire un vuoto che il protagonista non riusciva ad affrontare.
E allora mi sono chiesto quanto quella attesa appartenga anche a noi. Quante volte ci convinciamo che basterà raggiungere il prossimo obiettivo per sentirci finalmente completi. Quante volte affidiamo il nostro umore a uno schermo che si illumina o a una conferma che arriva dagli altri invece che da noi stessi.
Non credo che Terry Gilliam volesse demonizzare la tecnologia. Credo, piuttosto, che volesse metterci in guardia da un rischio molto più umano: quello di smettere di vivere mentre aspettiamo che la vita inizi davvero.
Per questo vorrei lasciarvi con un invito. Nei prossimi giorni provate, anche solo per qualche minuto, a interrompere questa attesa continua. Lasciate il telefono in tasca durante una passeggiata. Ascoltate davvero la persona che avete davanti. Fermatevi a osservare ciò che vi circonda senza il bisogno di raccontarlo immediatamente a qualcuno. Forse scoprirete che il significato che cerchiamo così ostinatamente non arriverà con la prossima notifica o con la prossima telefonata. Forse è sempre stato lì, nascosto nelle cose a cui, ormai, dedichiamo sempre meno attenzione.
Buona lettura.
