Dallo stretto di Hormuz al conto di casa: il percorso nascosto dei rincari energetici
il grosso guaio in Medio Oriente pesa tanto sulle tasche di tutti. E per l’Italia non si mette bene

C’è un momento preciso in cui una guerra smette di essere un qualcosa che succede altrove e diventa improvvisamente un problema domestico. Non è quando iniziano i bombardamenti, né quando i leader si incontrano ai vertici internazionali. Arriva dopo, più in sordina, sotto forma di un numero sulla bolletta. È lì che la politica estera diventa economia domestica. E in Italia, ogni volta che succede, la sequenza è sempre la stessa: prima il gas, poi la luce, poi i prezzi al supermercato. E a quel punto a crescere è soprattutto il malcontento.
Il meccanismo è noto, nonché brutalmente semplice. L’Iran è il terzo produttore mondiale di petrolio e uno dei principali attori nel controllo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il venti per cento del commercio globale di idrocarburi. Quando quella rotta si inceppa — per minacce, blocchi, o anche solo per il timore che possano verificarsi — i mercati reagiscono prima ancora che accada qualcosa di concreto. Il prezzo del greggio sale, il gas naturale segue a ruota, e nel giro di settimane l’effetto si trasmette a valle lungo tutta la catena energetica. Le raffinerie aumentano i listini, i distributori adeguano i prezzi, le utility scaricano i rincari sulle tariffe. Alla fine del percorso c’è una famiglia italiana che apre la bolletta e trova un numero più alto del mese precedente, senza aver cambiato nulla nelle proprie abitudini.
L’Italia è strutturalmente esposta a questo tipo di shock, importando circa l’ottanta per cento del proprio fabbisogno energetico, una dipendenza che la crisi del 2022 aveva già messo a nudo in modo doloroso. Dopo quella stagione il governo Meloni aveva lavorato alla diversificazione delle forniture, puntando soprattutto sul gas algerino e sul potenziamento del hub del metano nel Mediterraneo. Passi reali, che hanno ridotto la dipendenza dal gas russo, ma che non hanno eliminato la vulnerabilità di fondo: un paese che importa quasi tutto ciò di cui ha bisogno per scaldarsi e produrre energia non può isolarsi dagli effetti di una crisi che riguarda una delle arterie principali del commercio mondiale di idrocarburi.


