E gli Sventurati risposero
Ossia sul grosso malinteso su “I Promessi Sposi”

Abbiamo reagito allo spostamento dei Promessi Sposi

Ossia sul grosso malinteso su “I Promessi Sposi”

Abbiamo reagito allo spostamento dei Promessi Sposi
Forse è stata una sorta di invidiosa opposizione, un nonnismo isterico applicato alla filologia: Manzoni a scuola l’abbiamo sorbito tutti, ora è giusto che soffrano anche le nuove generazioni. Non è così che abbiamo sempre preteso che funzionasse il mondo?
In realtà, dietro questa reazione iperbolica e popolare, c’è da sempre il consunto riflesso pavloviano: puntare il dito verso una politica che sentiamo distante e che non perdiamo occasione di sozzare chiamandola “ignorante e ingorda”.
Spiace rovinare il brivido dell’indignazione colta ma, stavolta, Valditara non è il protagonista della storia. Le cose stanno diversamente e non c’è nessun cattivo Disney che piccona la statua del buon Alessandro.
La scuola prova a non essere più una caserma di programmi ministeriali e punizioni corporali. Da alcuni anni aleggiano leggiadre le “Indicazioni Nazionali”: direttive meno rigide che, stilate da una commissione di esperti in materia, si limitano a suggerire una direzione e stabilire gli obiettivi.
All’interno di queste ampie maglie, le scuole si muovono con una certa autonomia, didattica e organizzativa. Queste nuove Indicazioni Nazionali, non ancora operative, sono state scritte e lavorate da una commissione d’eccellenza, presieduta – dalla parte letteraria – da Claudio Giunta e Claudio Marazzini, che di mestiere maneggiano università e Accademia della Crusca. Gente che, insomma, probabilmente ha letto il Manzoni più di noi.
Le ragioni dietro questa scelta sono altre, più tecniche e meno propense a diventare tifo calcistico.
Spostare il romanzo al triennio: l’idea sarebbe quella di servire la portata principale quando gli invitati hanno già imparato a usare le posate; studiare il romanzo dopo aver capito il periodo storico, presentarsi a tavola quando si sa già usare forchetta e coltello.
Si spera, con un ottimismo che sfiora il candore, che a diciassette anni la capacità di comprensione sia superiore a quella di un quattordicenne distratto. Un’ipotesi temeraria, se si considera che, probabilmente, anche l’ingegnere cinquantenne medio, che non apre un libro di scuola dai tempi del motorino, suderebbe freddo davanti a una pagina di Don Abbondio senza l’aiutino di Wikipedia.
Ma ora, dopo aver ammorbidito la questione, veniamo al punto: il triennio è già una sfilata lunghissima d’autori, esseri vanesi che reclamano il loro spazio, un’agenda più fitta di quella di un’influencer durante la settimana della moda.
Ogni anno si aggiungono nomi, correnti, poetiche e movimenti, e ogni professore combatte contro il tempo come un maratoneta senza traguardo.
Manzoni diventerà come la cyclette che abbiamo comprato lo scorso gennaio: un ingombro inutile che abbiamo chiuso in sgabuzzino dopo due pedalate. Lo si guarderà con senso di colpa, promettendosi di riprenderlo “più avanti”, salvo poi lasciarlo coperto di polvere tra verifiche, programmi ministeriali e simulazioni d’esame.
Senza contare che nei tecnici, impegnati come sono a far cose più pratiche, a Manzoni non ci si arriverà affatto. E così i Promessi Sposi rischieranno di restare soltanto un titolo sentito nominare, un monumento intravisto da lontano senza mai entrarci davvero.
“Povero Alessandro”, verrebbe da dire. Lui che tanto si era impegnato a scegliere una lingua che fosse nazionale e, con molto lavoro e sacrificio economico, aveva corredato l’ultima edizione persino di immagini, quasi a voler accompagnare per mano anche i lettori più distratti.
Il romanzo che avrebbe voluto di tutti rischia di diventare una spilla al petto di quei pochi sparuti liceali, un simbolo elitario più che un classico condiviso.
Insomma, spostare la credenza dalla cucina al salotto ci sta creando problemi, perché tra l’armadio e il divano non c’è troppo spazio. Ma anche lasciare la credenza in cucina non era granché, perché non sapevamo cosa farcene di una credenza in cucina, non avevamo troppi strumenti.
La casa è quella che è, non c’è una soluzione senza contro. Quello che possiamo chiederci è sulle coincidenze dei tempi.
Manzoni sta lì, in cucina, da tempi immemori. E se è vero che agiamo e produciamo cambiamenti spinti dal bisogno, possiamo chiederci quale sia la polvere che ci ha spinti ad alzare il tappeto.
Che sia, ormai, troppo evidente l’impoverimento culturale? Che tra i banchi dei primi anni sia ormai evidente che occhi per cogliere Manzoni non ce ne sono? O meglio, che non si sappia che strumenti dare per capire l’autore ottocentesco?
Forse, la scuola sta cercando di farsi più commestibile e molla per denti cariati e mobili: abbassa i suoi standard, sposta gli autori troppo difficili, confonde la sostanziale differenza che c’è tra semplificare e facilitare.
Che bello se Manzoni rimanesse invece al biennio, dov’è sempre stato, anche avesse la sola funzione di essere un palo da prendere in piena faccia. Una difficoltà reale dove apprendere e brillare, un secchio d’acqua gelida che sveglia e crea.