Fine dining per uno: l’arte di vivere l’esperienza culinaria senza compagnia
Chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli. (Arthur Schopenhauer)


Chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli. (Arthur Schopenhauer)

Certo ho le mie pretese e i miei vizi. Quando viaggio per lavoro e sono stanca morta, ceno sempre al ristorante dell’hotel e non prendo mai il room service.
Quello che ho notato, in tutte le mie mangiate solitarie in giro per ristoranti, è che il mangiatore solitario attira dannatamente l’attenzione. Sei circondato improvvisamente da un silenzio assordante. Giuro che c’è sempre un momento in cui tutti gli occhi della sala sono puntati solo ed esclusivamente su di te. E allora ti senti tragicamente solo. Sei l’intruso, il calzino spaiato. Una spia? Una sociopatica? O peggio ancora, il critico di qualche nota guida gastronomica? Immagino sempre le domande che frullano nella loro testa, osservando il loro sguardo sospettoso e indagatorio.
Persino i camerieri ti guardano con fare sospetto. Alla fine hai occupato un tavolo doppio ma ordini per uno (un po’ come quando prenoti una camera doppia ad uso singolo ma senza sovraprezzo). Ho notato che i camerieri quando mangio da sola si sentono in dovere di interagire di più con me rispetto ai tavoli con due o più commensali. Come se sentissero su di loro il peso di un mio isolamento sociale, non pensando che la solitudine per me è una scelta, non un'imposizione.
Quando mangio da sola osservo anche con più attenzione le dinamiche della sala e specialmente quando c’è la cucina a vista.
Certo tra una portata e l’altra “spio” anche gli altri tavoli. Noto subito chi si sente palesemente a disagio, un pesce fuor d’acqua, e chi invece in uno stellato sguazza come un pesce in un acquario tropicale. Il mio momento preferito, però, è guardare la loro faccia quando arriva il conto più o meno salato, a seconda delle loro tasche.
Quando ceno da sola il mio segreto (o per meglio dire la mia forza) è focalizzarmi sull’esterno e non sull’interno. Non su me stessa, né sui miei problemi, le mie paure e le mie perplessità. Quindi mi concentro su ogni singola portata. Prima la desidero, poi la scruto, la fotografo, la mangio con gli occhi e poi l'assaggio. Mi concentro sui sapori sprigionati da ogni singolo morso. E, soprattutto negli stellati, spero che ogni boccone sia un attimo intenso di piacere per tutti i miei sensi. Quando mangio da sola sono meno distratta che in compagnia. Ascolto davvero la descrizione dei piatti, anche se mentalmente trovo faticoso e detestabile sentire la storia di ogni singolo piatto e la filosofia dello chef. Sono una mangiatrice solitaria semplice. Mi piace un piatto, lo ricorderò. In verità non mi piace fare milioni di piccoli assaggi. Odio i finger food, così come non apprezzo i brodi versati sul piatto direttamente al tavolo, le macchiette d’artista, i giochi di consistenze come pure i giochi di temperature. Non amo la cucina molecolare né i piatti alla Pollock. Amo il cibo cucinato a regola d’arte. Sono istintiva nella vita, come a tavola. Trovo stressanti i menu degustazione obbligatori e i percorsi esperienziali. Non sopporto neppure questa mania di considerare gli chef come delle divinità laiche, delle icone, dei performer e dei potenti. Quando hanno smesso di essere degli artigiani, dei lavoratori e si sono trasformati in superstar? Pertanto, dopo aver collezionato una serie di cene stellate in solitaria, mi sento di appoggiare chi dice che il fine dining è alla deriva. Continuerò ad amare cenare da sola al ristorante, anche se eviterò come la peste gli stellati (a dirla tutta non mi sono mai piaciuti- questione di gusti e questione di costi). Mangiare da soli resta una delle cose più sottovalutate della vita. E se non l’hai ancora fatto, ti consiglio caldamente di provarla questa esperienza da mangiatore solingo almeno una volta nella vita.
E non ti sentirai un calzino spaiato. Piuttosto un numero primo.