L’Occhio di Bue
83ᵃ Mostra del Cinema: ebbrezza, eccessi e altri postumi
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Il sipario si è chiuso da un mese e il Lido di Venezia è tornato al suo ritmo quieto e quotidiano.

83ᵃ Mostra del Cinema: ebbrezza, eccessi e altri postumi
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Il sipario si è chiuso da un mese e il Lido di Venezia è tornato al suo ritmo quieto e quotidiano.
A settembre ha accolto la Mostra del Cinema di Venezia, giunta all’ottantatreesima edizione, e con lei, puntuale, la consueta fauna stagionale.
Lasciata decantare la confusione, è il momento di tornare a guardare cosa è successo e distinguere ciò che è rimasto da ciò che è semplicemente passato.
Ogni anno la Mostra rinnova, accanto al cinema, anche il suo piccolo campionario umano.
C'è chi arriva per vedere un film e chi per assicurarsi di essere visto prima che cominci.
Una passerella di influencer voraci e aspiranti tali, addetti ai lavori sempre di corsa, curiosi appostati, cinefili disciplinati, professionisti impomatati o sorprendentemente discreti, tutti immersi nell’atmosfera sospesa tra laguna e mare.
In mezzo a questa popolazione provvisoria, bisogna pur muoversi, naturalmente.
Ed è qui che entrano in scena le automobili. Peugeot, sponsor automotive ufficiale della Mostra e Auto Ufficiale per il triennio 2026-2028, ha messo a disposizione quaranta vetture - quante ne avrebbe potute apprezzare Alì Babà - per accompagnare registi, attori, talenti e ospiti tra i Very Important People, categoria dai confini piuttosto fantasiosi.
Una vettura era prevista anche sul tappeto rosso, dove poteva finalmente svolgere il compito più naturale per un'automobile: stare ferma mentre tutti la fotografano.
La presenza automobilistica era così accuratamente integrata nell’eventistica che, per qualche giorno, sembrava quasi che al Lido fosse diventato sconveniente, per un artista, spostarsi con le proprie gambe.
Attrici e attori camminavano, certo. Ma con parsimonia, aderendo docilmente alla prassi divistica. La passeggiata era perciò riservata al tappeto rosso, dove anche pochi metri possono assumere il valore di una prova atletica. D'altra parte, quando si organizza una manifestazione che deve celebrare il cinema, la cultura, il talento internazionale e l'eccellenza italiana, sarebbe piuttosto sgradevole costringere qualcuno a mescolarsi al resto dell’umanità, facendo duecento metri a piedi. Non è sempre stato così, ma è pur vero che i tempi cambiano e le gambe non sono più le stesse.
In mezzo a tutto il brulicare faceva da cornice il manifesto dell’83ᵃ Mostra firmato da Manuele Fior. Un’illustrazione bella, quieta, evocativa, capace di restituire alla Mostra qualcosa che il suo circo collaterale tende a far dimenticare. Sotto un languido cielo lunare, la luce di un faro (di spettacolo) illumina un gruppo di fenicotteri sulla laguna, in procinto di librarsi sopra Venezia. In quel volo si riconosce il cinema, che prende quota fino a raggiungere la parte più sensibile, più libera, più leggera di noi.
È emblematico della sua funzione artistica e sociale: elevarsi al di sopra del baccano, dell’intrattenimento, del marketing selvaggio, per arrivare a quella parte di noi che non ha bisogno di essere messa in vetrina.
Il cinema non ci sottrae al presente: lo restituisce attraverso le immagini, permettendoci di guardarlo e interrogarlo insieme. Rimette in comune uno e moltitudini di sguardi.
Ma una Mostra non vive di cinema soltanto: deve fare i conti con pubblico, bilanci, gratitudine agli sponsor. E con i tanto temuti numeri cui, alla fine, è stato dato anche un segno.
“Va ad aggiungersi il segno +”, ha annunciato il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, presentando con fierezza i risultati durante la cerimonia di chiusura.
117.656 biglietti venduti. Il 14 per cento in più rispetto all’edizione precedente. 37,3 milioni di visualizzazioni sui social, 30,9 milioni soltanto su Instagram.
Numeri «meravigliosi», secondo il Presidente. Come quelli della Biennale Arte, che chiuderà a novembre, e della Biennale Musica, in programma ad ottobre, che saranno «straordinari».
È rassicurante sapere che il futuro abbia già dato tante soddisfazioni.
E, a chiudere questa edizione, la frase che meglio restituisce la fiducia del Presidente nella Biennale: “È la più importante istituzione culturale mondiale, ed è italiana”.
Una grandezza simile si misura soprattutto nei film che una Mostra sceglie di premiare. In essi possiamo allora cercarne la forma, procedendo à rebours, proprio dai riconoscimenti ricevuti.
I vincitori, uno dopo l’altro, hanno ottenuto gli onori senza che la cerimonia avesse bisogno di aggiungere molto a ciò che quei premi già significavano. La sobrietà dei loro interventi è stata la cosa più eloquente: lontana dal piagnisteo di maniera e da ogni esibizione dell’io, è restata una commozione autentica, pudìca, per un tributo che arrivava al lavoro prima ancora che a chi lo aveva fatto.
Ecco allora i nomi della Selezione Ufficiale:
Leone d'Oro – Premio miglior film: Kvinde Ukendt (Woman Unknown) di May el-Toukhy (Danimarca, Svezia, Lettonia)
Leone d'Argento – Gran Premio della Giuria: Ga-Neung-Han Sa-Rang (Possible Love) di Lee Chang-dong (Corea del Sud)
Leone d'Argento – Premio per la migliore regia: Ilya Khrzhanovsky per il film Dau (Germania, Francia, Svezia)
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Mathilde Arcel per Kvinde Ukendt (Woman Unknown)
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: John Malkovich per Wild Horse Nine di Martin McDonagh (UK, USA, Cile)
Premio per la migliore sceneggiatura: Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per Un bon petit soldat
Premio Marcello Mastroianni (miglior attore/attrice emergente): Malou Khebizi per 15/18 (A Place to Heal) di Cédric Kahn
Premio Speciale della Giuria: Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor (UK)
Su ciascuno esistono recensioni su recensioni, analisi e interpretazioni. Pretendere di compendiarli tutti, uno dopo l’altro, in un solo articolo sarebbe puerile, oltre che presuntuoso. La prima cosa da fare sarebbe affidarsi al gesto più semplice: attenderli al cinema e guardarli. Prima ancora di leggere una critica, un commento, uno spunto. Arrivare vergini rispetto a ciò che è già stato detto, al consenso o alle attestazioni di stima che li hanno preceduti. Guardare, e soltanto dopo cercare negli altri — nella critica, nei commenti, nelle discussioni — tracce di comprensione, indizi, magari qualcosa che aiuti a mettere a fuoco ciò che abbiamo visto.
Nelle opere vincitrici, e in tante altre in concorso, emerge un tratto comune: il rigore del racconto, la cura per lo spettatore, l’integrità con cui ciascuno ha seguito il proprio immaginario.
E poiché si tratta di opere scelte e, almeno quest’anno, tutte meritevoli di attenzione, vale la pena aprire lo scrigno dalla parte giusta: prima la visione, poi le parole che le sono state dedicate.
A fronte dell’autenticità appena celebrata, la cerimonia di chiusura ha presentato, in ouverture, una dissonanza inattesa: un intervento musicale.
Al canto Francesca Michielin, affiancata da due ballerine, con una reinterpretazione di It’s Oh So Quiet di Björk. Sia chiaro: la sua bravura non è in discussione. Era piuttosto il contesto a renderne la presenza singolare, estranea, ancor peggio, decorativa.
Non è stata, del resto, una novità isolata. Alla cerimonia di apertura si è esibito Tutti Fenomeni, noto nella scena musicale indipendente, che ha proposto il suo brano Love Is Not Enough.
Si può immaginare che dietro questa scelta reiterata vi fossero buone ragioni: intrattenere, valorizzare il talento italiano, dare alla cerimonia un respiro più internazionale. Intenzioni legittime. Ma lo spettacolo, quando si sovrappone allo spettacolo, rischia di diventare sovrabbondante. Nulla toglie al piacere di ascoltare questo o quel cantante, ma meno evidente è la necessità di una simile presenza in una cerimonia che aveva già, nel cinema, la propria ragion d’essere.
Dentro questa stessa idea trova posto l’assegnazione del Leone d’Oro alla carriera a George Clooney; una valutazione nella quale è difficile non leggere anche una felice componente tattica. Clooney è infatti un volto capace di allargare immediatamente il perimetro dell’attenzione ad un pubblico “generalista”, come piace dire ad alcuni. E lui, accattivante e sempre gioviale, ha fatto il resto con l’ormai familiare disinvoltura.
A consegnargli il Leone Laura Dern, che ne ha omaggiato con una certa ampiezza le molte vite pubbliche: il collega, l’amico, l’attore, l’uomo impegnato, il sex symbol. Non sono mancati nemmeno i due titoli di “uomo più sexy del mondo” che, a quanto pare, meritavano ancora una volta di essere ricordati. L’Italia, che a queste cose ha sempre reagito con un certo pudore, quest’anno ha scelto di non schermirsi e dare spazio a chi se lo prende.
Una parola va detta anche sui due conduttori, Greta Scarano e Nicolas Maupas, degni rappresentanti delle nuove generazioni, presumibilmente scelti per intercettare un pubblico giovane e televisivo. La spigliata Scarano ha tenuto a sottolineare più volte di essere regista, informazione di cui prendiamo volentieri nota; Maupas, più semplicemente, ha mostrato un entusiasmo sincero e una partecipazione positiva, emozionata, al compito che gli era stato affidato.
Tra loro si è creata una gradevole sintonia: le rispettive personalità si sono intrecciate con naturalezza, eppure le rispettive sfumature sono rimaste fuori campo, lasciando in vista soltanto il ruolo di facciata.
A dispetto di ciò, nei film premiati, e nei loro autori, è rimasta intatta un’autenticità che non ha avuto bisogno di essere esibita. La cerimonia, quasi per contrasto, ha strizzato talvolta l’occhio a un’idea più addomesticata e compiacente dello spettacolo, dove anche il cinema sembra aver bisogno di qualche ornamento per essere celebrato.
Ma il cinema qui incontrato non ha bisogno di essere addomesticato. Non consola, non blandisce, non intrattiene nel senso più rassicurante del termine. Ci costringe piuttosto a guardare ciò che preferiremmo non vedere, fino a quell’occhio interiore che il racconto può arrivare a lacerare.
È questo il coraggio che non andrebbe perduto.