La dolce vita di Giovanni Malagò
Dal sogno della rivoluzione alla vittoria del compromesso: il calcio italiano resta lo specchio di un Paese incapace di cambiare


Dal sogno della rivoluzione alla vittoria del compromesso: il calcio italiano resta lo specchio di un Paese incapace di cambiare

Sessantasei anni dopo, l'Italia è ancora lo stesso paese presentato dal regista riminese: decadente, corrotta, immutabile, vigliacca e meschina e il calcio ne resta, come sempre, uno splendido e preciso affresco.
Tra pochi giorni la neo-nazionale di Mancini tornerà in campo per affrontare Belgio, Francia e Turchia e riprendere il filo di un discorso interrotto cinque anni fa con la fuga verso i petroldollari del Mancio. Dimenticare, però, ciò che è accaduto a cavallo tra lo scorso luglio e agosto sarebbe un tremendo peccato oltre che un errore banale.
Ricostruiamolo velocemente: dopo i disastri di Zenica, l'Italia calcistica grida alla rivoluzione, invoca un cambiamento profondo e radicale che scuota il sistema dalle fondamenta. Viene eletto come nuovo presidente della FIGC Giovanni Malagò grazie anche all'appoggio della Lega Serie A. Il primo vero provvedimento fatto dal neopresidente è quello di scegliere un direttore tecnico a cui affidare il compito di riformare il sistema e dare concretezza ai proclami post Zenica. Viene scelto e ingaggiato Paolo Maldini, il quale si porta al suo fianco anche Leonardo in qualità di consigliere. I due tengono una conferenza stampa lo scorso 23 luglio, parlano di progetto decennale e sul sito della FIGC esce un articolo riepilogativo dal titolo: "Maldini e Leonardo presentano il futuro del calcio italiano".
La coppia tenta un approccio con Guardiola che scatena l'attivazione della macchina del fango dei media italiani con la classica dose di insopportabile retorica, dai soldi che chiederebbe, alla spocchia fino ai dubbi sulle capacità del miglior tecnico della storia del calcio.
Incassato il no di Pep per motivi familiari, i due individuano in Andrea Pirlo l'uomo a cui affidare il futuro della nazionale italiana, il quale però viene letteralmente (me misero per questo utilizzo dell'espressione "letteralmente") ostracizzato dal sistema, infangando il nome, la dignità e la professionalità di quello che forse è stato il più grande calciatore della storia italiana.
Nel film citato in apertura c'è una scena che sembra descrivere perfettamente il rapporto tra chi prova a cambiare il sistema e il sistema stesso, quando Marcello grida a Emma: “Ho paura di te, di quello che mi proponi, dei tuoi ideali. Io non ci credo in questo tuo amore aggressivo, vischioso, materno, non lo voglio, non mi serve”. Lo stesso dialogo lo immagino tra Malagò, simbolo di un'Italia che si forma sul compromesso, e Paolo Maldini, sicuramente il più grande aristocratico che il mondo del calcio abbia mai prodotto.
Le dimissioni dell'ex capitano del Milan sono il più grande segno di resa che il movimento potesse mostrare al grande pubblico, la firma sul decreto regio di immobilità o, come diceva Pasolini per Fellini, il più alto e più assoluto prodotto del cattolicesimo di questi anni: per cui i dati del mondo e della società si presentano come dati eterni e immodificabili, con le loro bassezze e abiezioni. Chiedere a Ranieri e al suo accorato grido di ritornare nelle parrocchie a giocare.
Perché ciò che è accaduto in quelle settimane va ben oltre la semplice scelta di un commissario tecnico. È il racconto di un Paese che continua a preferire l'amministrazione del presente alla costruzione del futuro, il consenso immediato alla visione di lungo periodo. Ogni tentativo di rompere gli equilibri viene accolto con diffidenza, ogni figura realmente autonoma viene lentamente isolata, ogni idea che comporti un rischio viene trasformata in un pericolo da evitare. È un meccanismo antico, quasi automatico, che si ripete con impressionante puntualità ben oltre i confini del calcio. Si invoca il cambiamento solo fino al momento in cui quel cambiamento pretende davvero di modificare i rapporti di forza. Da quel momento in poi la rivoluzione smette di essere una necessità e diventa una minaccia. E il sistema, come sempre, reagisce difendendo se stesso.
Non è un caso che le parole più utilizzate in quei giorni siano state "pragmatismo", "equilibrio" e "continuità". Termini apparentemente rassicuranti che, nella traduzione italiana, finiscono troppo spesso per significare rinuncia, immobilismo e conservazione. Perché in questo Paese il coraggio viene celebrato soltanto quando appartiene al passato; nel presente, invece, chi prova a esercitarlo viene guardato con sospetto, fino a essere costretto ad arrendersi o ad andarsene.
Luglio duemilaventisei verrà ricordato come il mese della definitiva vittoria della borghesia del calcio. Non quella descritta dai manuali di economia, ma quella raccontata da Pasolini: una borghesia che non crea, non innova, non rischia. Una borghesia che vive di conservazione, che assorbe ogni tentativo di cambiamento fino a renderlo innocuo, trasformando perfino la parola "rivoluzione" nell'ennesimo slogan buono per una conferenza stampa.
Ma questa non è stata soltanto la sconfitta del calcio popolare. È stata anche la sconfitta della sua aristocrazia. Paolo Maldini rappresentava un'idea di autorevolezza fondata sul prestigio conquistato sul campo, sulla competenza e sulla credibilità personale. Un'aristocrazia che, in un sistema governato dall'equilibrio dei rapporti di forza e dalla ricerca del compromesso permanente, non poteva che soccombere. Perché il merito, da solo, non basta quando il criterio dominante diventa la sopravvivenza del sistema.
E così Giovanni Malagò ha accontentato il palazzo prendendo una scelta da Realpolitik, un modo per mantenere salda la poltrona e farla franca in ogni caso. Non una scelta sbagliata per quel che potremmo vedere nel rettangolo di gioco ma, per favore, che più nessuno invochi la rivoluzione. Perché la rivoluzione, in Italia, piace molto. A patto che non cominci mai davvero.