«Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. [...] Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo»
15 maggio 2026
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Alla sua dolce Noretta, Aldo Moro dedicò le sue ultime parole.
Queste righe esprimono quell’umanità che era propria di un uomo che sapeva di andare incontro alla morte. Dalle Lettere dalla prigionia - a cura dello storico Miguel Gotor – è facile sentire la preoccupazione che Moro provava per il suo destino, per quello dei suoi cari, ma anche la rabbia, via via sempre meno velata, per una sorte che gli era toccata, come se fosse unico colpevole e imputato in nome dello Stato e della Democrazia Cristiana.
Excursus storico-politico
In Italia, durante gli anni del miracolo economico, si realizzò un superamento dei governi centristi e all’affermazione di esecutivi di centro-sinistra, fondati sull’alleanza tra il Partito Socialista Italiano, sempre più autonomo dal Partito Comunista (Pci), e la Democrazia Cristiana (Dc). L’apertura dei socialisti fu dettata da più fattori: in primo luogo, dalla scelta di collocarsi decisamente dalla parte dei Paesi occidentali, in una situazione internazionale ormai caratterizzata dalla forte contrapposizione tra due blocchi.
Il governo nato nel 1963 sotto la guida del segretario della Dc, Aldo Moro, fu il primo di centro-sinistra. La forte crescita industriale ed economica non poteva che essere accompagnati da altrettanti progressi politici che aprissero le strade a grandi riforme.
La Prima Repubblica perse la sua innocenza il 12 dicembre del 1969, quando a Milano attorno alle 16:30 una bomba esplose all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, causando diciassette morti e ottantotto feriti.
Con la “Strage di Piazza Fontana” si inaugurò la cosiddetta ‘Strategia della tensione’ che dominò gli interi Anni Settanta e parte degli Anni Ottanta.
Una strategia eversiva basata su atti di terrorismo volti a creare paura nella popolazione e imporre una svolta autoritaria al Paese. Una strategia che costituì la risposta violenta e aggressiva delle forze più reazionarie della società: gruppi di neofascisti, rappresentanti istituzionali infedeli e settori deviati dei servizi segreti, tutti uniti per contrastare le lotte sociali e impedire l’ascesa al potere del Pci.
Entrarono in scena due forme di terrorismo: “il terrorismo nero”, così chiamato per indicare gli esponenti di estrema destra – i neofascisti – che puntavano a stragi per gettare nel terrore l’opinione pubblica; “il terrorismo rosso” così chiamato per indicare gli esponenti di estrema sinistra, facenti parte delle Brigate Rosse, di Prima Linea e di altre formazioni – nate dalle ceneri del vecchio Partito Operaio – che agivano in particolare con sequestri di esponenti politici o istituzionali. Contribuirono a questi anni di tensione, la crisi economica del 1971 e la crisi energetica del 1973. L’assetto economico e geopolitico dell’Italia era strettamente collegato a quello degli Gli Stati Uniti. Così, quando Nixon - allora presidente degli Usa - pose fine agli “Accordi di Bretton Woods”, la penisola vide sfocare quella luce di fermento economico che tanto aveva illuminato gli Anni Cinquanta e Sessanta.
La cessazione di quegli accordi, che prevedevano la convertibilità in dollari di tutte le monete mondiali, provocò una grande instabilità valutaria con un conseguente aumento dell’inflazione. Una crisi globale che non poteva che colpire anche l’Italia, costretta a subire un forte aumento dei prezzi e una svalutazione della lira.
Scompenso e confusione vennero, infatti, accentuati dalla grave crisi energetica del 1973: a causa della guerra del Kippur – scatenata dall’attacco di Siria ed Egitto a Israele – i Paesi Arabi, principali esportatori di petrolio nel mondo, decisero di prendere parte allo scontro promosso contro lo Stato ebraico. Da ciò derivò l’aumento di prezzo del greggio, che passò in breve tempo da 3 a 43 dollari al barile, provocando stagnazione economica e crisi energetica in tutto l’Occidente. Nonostante il piano di risparmio energetico messo in atto – la cosiddetta Austerity – l’Italia fu tra i Paesi che più subirono l’impatto della crisi, patendo l’inflazione ed entrando in recessione. Questi fattori economici ebbero effetti anche sul piano politico. Problema fondamentale era l’instabilità e la breve durata dei governi, caratterizzati da animosa litigiosità interna al partito di maggioranza, la Democrazia Cristiana.
Sullo sfondo, due tentativi di colpi di Stato: il Golpe Borghese del 1970: ideato dall’ex ufficiale fascista ed esponente di estrema destra Junio Valerio Borghese, fondatore del partito Fronte Nazionale; il Golpe Bianco del 1974: così chiamato perché fu solo teorico, senza alcun richiamo alla violenza, perché scoperto e annientato sul nascere. Di stampo liberale e presidenzialista, promosso da ex partigiani antifascisti e anticomunisti, ne era promotore principale Edgardo Sogno. Obiettivo era costringere l’allora presidente della Repubblica – Giovanni Leone – a nominare un governo che ostacolasse l’ascesa del Pci e a realizzare una Repubblica semipresidenziale. Questi due tentativi erano stati preceduti nel 1964 dal cosiddetto Piano Solo, che vide l’attiva partecipazione dell’allora Presidente della Repubblica, Antonio Segni. Nel mirino dei golpisti c’era Aldo Moro, reo di aver aperto all’alleanza con i socialisti. L’esponente Dc evitò la morte grazie alla parte sana delle istituzioni che impedirono il colpo di Stato rimanendo leali e fedeli all’ordine costituzionale.
A favorire una situazione di tensione politica ci fu anche il referendum per l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini del 1974, che quattro anni prima aveva introdotto il diritto al divorzio. Un referendum fortemente voluto dalla Dc, ma che segnò la netta vittoria del fronte opposto con il 60% dei voti, determinando un forte indebolimento del partito di maggioranza relativa. Il compromesso storico Per rimediare al disordine politico e sociale, i principali esponenti dei due maggiori partiti - Aldo Moro presidente della Dc ed Enrico Berlinguer segretario del Pci - decisero di attuare quello che sarebbe passato alla storia come “compromesso storico”. Un’alleanza politica fra due forze partitiche che avrebbero dovuto restituire un periodo di pace e di riforme all’Italia. Un’alleanza provvisoria con l’obiettivo di dar vita a un sistema politico evoluto basato sull’alternanza dei partiti alla guida del Paese. Berlinguer si trovava in pieno accordo con Moro anche alla luce degli eventi avvenuti in Cile dove nel settembre del 1973 il generale Pinochet, con l’aiuto della Cia, aveva portato a termine un colpo di Stato contro il governo delle sinistre guidato da Salvador Allende. Proprio per evitare reazioni negative da parte degli alleati, Berlinguer confermò l’appartenenza dell’Italia al blocco Nato, avviando una politica di graduale distacco dall’Unione Sovietica, pur nel rispetto della tradizione comunista. Moro, a sua volta, ottenne un benevolo via libera al compromesso storico da parte di Papa Paolo VI. Tutto ciò non bastarono a rassicurare gli alleati atlantici.
Le elezioni politiche del 1976 costituirono un punto di svolta: la Dc riuscì a confermarsi primo partito, mentre il Pci raggiunse il massimo storico dei consensi con circa il 34% dei voti. Il rapimento e la morte Il 28 febbraio del 1978, Aldo Moro tenne il suo ultimo discorso, parlando alla riunione congiunta dei gruppi parlamentari democristiani di Camera e Senato, al fine di ottenere il consenso necessario alla nascita del nuovo governo, che si doveva avvalere dell'appoggio, programmatico e parlamentare, del Pci. Il 16 marzo del 1978 è il giorno in cui il Parlamento è chiamato a dare la fiducia al quarto governo di Giulio Andreotti, appoggiato per la prima volta dai comunisti. Poco dopo le nove del mattino, Moro uscì dalla sua abitazione in via del Forte Trionfale a Roma, accompagnato dagli uomini della scorta. La Fiat 130 - che stava per portarlo alla Camera dei deputati - venne intercettata dalle Brigate Rosse e assaltata in via Fani. L'agguato durò una manciata di minuti: il presidente della Dc fu rapito e il suo corpo fu ritrovato solo dopo 55 giorni di prigionia, mentre sull’asfalto di Via Fani restarono i cadaveri degli uomini della scorta: Domenico Rizzi, Raffaele Jozzino, Oreste Leonardi, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. L'attacco “al cuore dello Stato” – così denominato dalle stesse Br – era appena cominciato. Dopo il sequestro, Moro fu portato nel covo di via Montalcini insieme ai suoi carcerieri, fra i quali Mario Moretti. Nel corso della prigionia, Moro scrisse numerose lettere indirizzate alla famiglia, agli esponenti della DC e a sua moglie Eleonora, nelle quali chiedeva che si aprisse una trattativa con i rapitori allo scopo della sua liberazione. Un punto sul quale i partiti si spaccarono in due blocchi: da una parte, Dc e Pci, contrari a trattare con i terroristi; dall’altra, il Psi che era invece favorevole. La pubblicazione delle stesse lettere - in cui Moro chiedeva di essere liberato – divise il suo stesso partito, all’interno del quale prevalse comunque la linea dura. Al ministro dell’Interno Francesco Cossiga – lettera recapitata il 26 marzo 1978 - scrisse: «Devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto, si rivolge a me in quanto esponente qualificato della DC nel suo insieme nella gestione della sua linea politica. In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere». Continuò dicendo: «Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurli a salvarsi, è inammissibile. E non si dica che lo Stato perde la faccia, perché non ha saputo o potuto impedire il rapimento di un’altra personalità che significa qualcosa nella vita dello Stato». E poi, concluse: «Che Iddio vi illumini per il meglio». Dopo 55 giorni di depistaggi, terrore e false informazioni, l'assistente di Aldo Moro - Franco Tritto - ricevette una drammatica telefonata in cui lo si informava che «avrebbero trovato il corpo dell'onorevole in via Caetani». Era il 9 maggio del 1978, 48 anni fa: il corpo di Moro fu rinvenuto senza vita nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, a pochi passi dalle sedi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. «Che Iddio vi illumini per il meglio».