L’ennesima recensione sull’Odissea ossia come vedere Nolan al cinema
Quando un classico diventa cinema, lo spettatore deve scegliere quale opera guardare


Quando un classico diventa cinema, lo spettatore deve scegliere quale opera guardare

dell’epica classica, l’Odissea.
Odissea: la storia dell’uomo astuto e superbo, così tanto pieno di sé che, un po’ a turno, litiga con tutti gli dei dell’Olimpo, un capolavoro di sfumature e sottigliezze, fatto di manipolazioni, sentimenti complessi. Un lavoro così tanto pieno che entrarci dentro è come mettere i piedi in una cristalliera: bisogna saper stare sulle punte, farsi più leggeri del vetro, stando attenti a non rompere niente.
Quando sono entrata in sala, oltre ad una discreta fatica economica per vedere il film in IMAX as Nolan intended, mi sono chiesta cos’è che Nolan avesse rotto. Nei primi tre secondi sullo schermo mi compare il mozzicone del cavallo di Troia: un brutto giocattolino lasciato a giacere inerme sulla sabbia. Tant’è lo strumento che fa cadere la città che definita dallo stesso regista come “il mondo”. Poca cosa. Il mio cuore era già distrutto. I miei peli da filologa erano già ritti. “Onirico” mi son detta, ma onirico è la parola che uso quando qualcosa è brutto ma non voglio ammetterlo.
L’Ulisse di Nolan è un uomo tormentato, come lo ero io più o meno sui sedili dopo tre ore di film.
Talmente tormentato che lascia Penelope dietro la teca di Rebibbia e va. E fin qui, ci siamo. L’Ulisse di Nolan vede Zendaya velata di bianco la cui funzione non è altresì meglio specificata. Menomale che ho letto il libro. L’Ulisse di Nolan è furbo solo dalle bocche degli altri. L’Ulisse di Nolan non prende in giro Polifemo e soprattutto è uomo molto innamorato e fedele, visto che Calipso- la bellissima Charlize Theron versione cinquantenne in un villaggio turistico- lo droga pur di farlo rimanere da lei. Va bene che non vogliamo offendere la monogamia occidentale, ma l’opera originale inizia con Odisseo che piange perché vuole tornare da Penelope. Dopo anni in cui,
comunque, nessuno l’ha costretto. Il tormento dell’eroe era in Omero umanissimo, fragile, complesso. Così come era magistralmente manipolatore e accorto nel parlare alla giovane Nausicaa, tanto è randomicamente abbandonato sulle delle zattere in legno che, senza l’aiuto di google maps, lo riportano a Itaca.
L’Ulisse di Nolan ha salva la pelle per l’aiuto di suo figlio Telemaco che, per il resto del film, non fa più o meno niente, e quando fa è meglio di no. L’Ulisse di Nolan, l’eroe che in Dante dà la vita per la sua conoscenza, si porta dietro la moglie sul finale. Lì non ho avuto neppure più la forza di dire onirico.
Qualche giorno dopo, ben tronfia del mio gioco a trovar le differenze, e avendole cerchiate in rosso mentalmente, mi sentivo particolarmente intelligente. Ero con un’amica che, bontà sua, non è stata deviata cognitivamente in modo così maligno dall’incontro con i classici. Parlavamo dell’Odissea come argomento da aperitivo tutto sommato soddisfacente. Lei aveva visto un film bellissimo.
“Sai, Serena- mi ha detto- Penelope e Ulisse che tornano insieme! Una scena commovente”. Ha usato il termine commovente davanti alla mia bocca amara. Avevamo visto due opere diverse, pur nella stessa sala. Lei aveva visto un film d’amore e avventura, con un’estetica impeccabile. Quanto grandiose le scene del viaggio per mare, quanto epiche le scene di guerra, quanto disperate le scene
di fuga. Io non ho visto niente, perché in testa avevo l’opera che avevo studiato e digerito. Lei aveva visto Nolan.
Mi chiedo se non sia stato questo il problema. È vero che Nolan, modestamente, aveva detto di non voler replicare l’opera, di voler dare una sua visione. Ma quell’intervista vale meno di un titolo.
E il film si chiama: “L’Odissea”. E dire al margine che è l’Odissea ma non proprio assomiglia ad una timida retromarcia, come un “sto scherzando” dopo una battuta atroce.
Non c’è un modo giusto di vedere l’Odissea al cinema e, francamente, mi chiedo se ci sia un modo giusto di portare una simile opera sul grande schermo. I tagli andavano fatti. I gusti del pubblico andavano incontrati in qualche medietà. Zendaya doveva esserci, doveva esserci Anne Hathaway, doveva esserci tutto Hollywood in un comodo quattro metri quadri per quattro. Dobbiamo provare a lasciare Omero da parte, solo per stavolta e, solo allora, entrare in sala. Ci piacerà, a quel punto, anche Agamennone con l’armatura di Darth Vader.
Forse, in fondo, la questione non riguarda neppure Nolan o la fedeltà ai classici. Riguarda noi e il modo in cui consumiamo le storie del passato. Pretendiamo che un poema di quasi tremila anni fa ci restituisca esattamente le emozioni che ricordiamo dai banchi di scuola, salvo poi dimenticare che l'Odissea stessa è sopravvissuta proprio perché è stata continuamente riscritta, reinterpretata, deformata. L'Ulisse di Dante non è quello di Omero; quello di Foscolo non è quello di Dante; quello di Joyce, smarrito nella Dublino del Novecento, ha ben poco dell'eroe acheo che combatteva sotto le mura di Troia. Ogni epoca si è costruita il proprio Odisseo, piegandolo alle proprie paure, alle proprie aspirazioni, persino alle proprie ossessioni.
Forse il vero Ulisse del XXI secolo non poteva che essere un uomo tormentato, sentimentale, quasi addomesticato, costretto a muoversi dentro una sensibilità contemporanea che fatica ad accettare gli eroi nella loro ambiguità più feroce. L'astuzia diventa trauma, la superbia si trasforma in fragilità, il desiderio di conoscenza lascia spazio alla ricerca di una riconciliazione emotiva. È una perdita? Probabilmente sì. Ma è anche il sintomo del tempo in cui viviamo, un'epoca che sembra avere sempre più bisogno di personaggi con cui identificarsi e sempre meno di figure che ci mettano davvero a disagio.
Ed è forse proprio questo il motivo per cui, uscendo dalla sala, alcuni spettatori parlano di un film d'avventura e altri di un tradimento culturale. Nolan non ha soltanto adattato l'Odissea: ha costretto due pubblici diversi a sedersi uno accanto all'altro. Da una parte chi cercava Omero, dall'altra chi cercava il cinema. Nel mezzo, un'opera inevitabilmente imperfetta, sospesa tra il peso della tradizione e le esigenze dello spettacolo contemporaneo.
Forse il destino dei classici è proprio questo: continuare a sopravvivere anche alle interpretazioni che ci fanno storcere il naso. Perché un'opera veramente immortale non è quella che resta immobile nel tempo, ma quella che riesce a sopportare persino di essere tradita.