L’Occhio di Bue
Nel blu dell’identità italiana

Ti basta guardare. Non solo percepire; interrogare ciò che appare. Dare vita al primo gesto della mente. Guardare è già un atto di pensiero.
E se tu, lettrice, tu lettore siete pronti, eccomi ad accendere per voi l’Occhio di Bue. Ogni volta, un nuovo focus sul mondo dello spettacolo si materializza nel cono di luce.
Questa volta si tratta di una sagoma che non si lascia afferrare subito.
Chiede tempo, quasi dovesse ancora decidere se mostrarsi del tutto: è lei che, con una certa inerzia dolce, continuiamo a chiamare identità del cinema italiano.
Da lontano appare ancora intera. Sembra un corpo riconoscibile nella penombra della sua storia. Ci si avvicina.
È la stessa figura di prima, ma senza più peso interno.
Qui lo sguardo si sofferma: l’identità del cinema italiano non è scomparsa come disegno, ma come sostanza. È rimasta come immagine compatta, ma solo nella misura in cui la si continua a nominare. Di fatto funziona ormai come ologramma: stabile alla vista, priva però del corpo che un tempo la rendeva reale.
Coerenti con questo campo di osservazione sono le ripetute dichiarazioni dell’attore Pierfrancesco Favino, tra i principali protagonisti del cinema italiano.
Per chi avesse bisogno di orientarsi: Favino è volto inconfondibile dello schermo grande e piccolo, anche per chi non ne ricorda il nome. Ha attraversato generi, produzioni, registri, riuscendo nell’impresa più epica che frequente di sembrare sempre a suo agio anche quando il contesto, talvolta, lo è meno. In altre parole, un attore versatile e profondamente credibile.
Negli anni, i suoi interventi pubblici si sono articolati in diversi momenti, e vale la pena citarne alcuni.


