Biennale Arte 2026, la diplomazia segreta della bellezza in un mondo che urla
Tra le provocazioni del Giappone e i corpi dell'Austria, la 61ª Esposizione di Venezia difende la libertà espressiva dalle ombre della geopolitica


Tra le provocazioni del Giappone e i corpi dell'Austria, la 61ª Esposizione di Venezia difende la libertà espressiva dalle ombre della geopolitica

La bellezza non è mai un rifugio pacifico, ma un terreno di frontiera e camminando tra i padiglioni della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, dal titolo In Minor Keys di Koyo Kouoh – aperta fino al 22 novembre 2026 – la sensazione è netta: le opere non si accontentano di decorare le pareti, ma cercano un contatto diretto, a volte ruvido, con la realtà. Venezia si riscopre così, ancora una volta, il luogo in cui l'arte contemporanea accetta la sfida più difficile: parlare al cuore delle persone senza farsi schiacciare dal rumore del mondo.
Il fascino di questa edizione sta nella capacità degli artisti di riappropriarsi dello spazio visivo. Dove la cronaca quotidiana divide e irrigidisce, i linguaggi della scultura, della pittura e delle installazioni aprono fessure di luce. C’è una poesia diffusa, fatta di materiali poveri, terra, fili intrecciati e silenzi densi, che sembra voler ricucire gli strappi del nostro tempo. «È una Mostra permeata di spirito, di una sacralità che rimette al centro la persona» ha commentato il Presidente Pietrangelo Buttafuoco «e che ritrova il senso dello stare al mondo riprendendo le misure, rispetto agli elementi della terra, e guardando di nuovo il cielo».
Certo, le tensioni della storia bussano inevitabilmente alle porte della Laguna. Impossibile non avvertire l'eco delle polemiche che hanno accompagnato la gestione del Padiglione Russo, un nodo delicato che ha visto la presidenza Buttafuoco al centro di un complesso equilibrio istituzionale. Ma la vera vittoria della cultura, qui, si misura nella capacità di non farsi sequestrare dal dibattito politico. Il Padiglione si offre allo sguardo non come un manifesto ideologico, ma come una ferita aperta su cui riflettere, dimostrando che l'arte possiede una sua diplomazia segreta, capace di sopravvivere anche ai passaggi più bui.
Per capire come la libertà espressiva riesca a scavalcare la geopolitica, bisogna perdersi nei dettagli delle sale. Il Padiglione del Giappone, per esempio, abbandona in questa edizione ogni freddezza tecnologica per scavare nella memoria collettiva e nell'intimità più radicale. La scelta di Ei Arakawa-Nash, guidata dalla co-curatela di Lisa Horikawa e Mizuki Takahashi, porta a Venezia Grass Babies, Moon Babies, un'installazione partecipativa che spiazza e divide. La scena è dominata da cento bambolotti appesi a funi sopra ponteggi da cantiere: il visitatore è invitato a prenderne uno, portarlo con sé e accudirlo, persino cambiandogli il pannolino. Ma dietro questo apparente messaggio di cura universale si cela una provocazione profonda: quelle figure simboleggiano i bambini nati tramite gestazione per altri, affidati a figure prive di legami biologici. In una Biennale in cui la diplomazia culturale cerca di sintonizzarsi su frequenze più umane, il lavoro di Arakawa-Nash agisce quindi come un potente corto circuito emotivo.
Dalle storie personali del Giappone si passa subito alla memoria collettiva della Spagna. Nei Giardini, Oriol Vilanova riveste il padiglione spagnolo con Los restos, una parete infinita di cartoline storiche comprate in vent’anni nei mercatini delle pulci. Questo enorme archivio non segue un ordine preciso e trasforma vecchie immagini del turismo di massa in frammenti di storia da salvare. Il progetto continua anche all'esterno con Il fantasma della libertà, una performance silenziosa in cui i corpi degli artisti mostrano altre cartoline ai passanti, ispirandosi al cinema di Buñuel. La Spagna sceglie così di non esibire grandi monumenti, ma di dare valore alle piccole tracce lasciate dal tempo.
Ma se c'è un'opera che in questa edizione sta spaccando in due la critica globale, trasformando i Giardini in un teatro di tensioni irrisolte, è quella del Padiglione dell'Austria. La coreografa Florentina Holzinger ha scosso la Laguna trasformando lo spazio in Seaworld Venice, un grottesco parco acquatico per adulti. Tra performance estreme, acrobati su moto d'acqua in spazi angusti e un uso radicale della nudità, l'Austria mette in scena la spettacolarizzazione totale del corpo. Oltre la comunicazione virale dei social, la stampa internazionale si interroga se l'operazione sia una lucida critica ecologista e femminista o un banale espediente per un pubblico d'arte affamato di scandali. Eppure, l'energia politica che si respira è innegabile e la Holzinger rivendica una libertà espressiva totale, disturbante e indisciplinata. Non è solo intrattenimento: è il corpo che torna a farsi elemento di pressione politica, in senso strettamente etimologico.
In fondo, ci sono opere che non chiedono affatto di essere capite, ma semplicemente di essere abitate. È proprio tra queste stanze che la libertà espressiva si riprende il suo spazio più autentico. Venezia ha la pelle dura, ha attraversato secoli di tempeste e sa che le mode passano, mentre le visioni restano. Il compito affidato alla presidenza e ai curatori diventa allora quasi archeologico: proteggere queste visioni dall'ombra della censura o della propaganda, garantendo a ogni visitatore il diritto allo stupore e al dissenso.
Alla fine del percorso, quando la luce della Laguna inizia a farsi morbida sui tetti della città, si comprende la vera natura di questo viaggio. La Biennale del 2026 non è un'arena in cui si vince o si perde, ma uno specchio che ci restituisce la nostra umanità più nuda e autentica. La cultura non serve a risolvere le crisi internazionali, sarebbe ingenuo pensarlo. Serve però a ricordarci chi siamo quando smettiamo di urlare. Resta da vedere quanta di questa bellezza sapremo portarci a casa, oltre l'acqua alta e le polemiche del giorno.