Il dopo Orbán nasce a destra: in Ungheria la resa dei conti del sovranismo europeo
Sovranismo illiberale vs conservatorismo europeo: tra media sotto scacco e una costituzione riscritta, capiamo come il sistema Orbán è crollato

Un conservatore sconfigge un leader illiberale, mobilita quasi l’80% degli elettori e conquista più di due terzi dei seggi in Parlamento – quanto basta per sradicare il precedente assetto costituzionale entrato in vigore nel 2012. La vittoria di Péter Magyar contro il premier uscente Viktor Orbán il 12 aprile scorso è stata un vero e proprio spartiacque. Non solo per l’Ungheria, ma anche per i partiti di destra e centrodestra dell’intera Europa, segno che per vincere non basta più dare la caccia a capri espiatori o piegare gli equilibri istituzionali – come nel caso della magistratura ungherese –, ma è necessario costruire un argine solido a spinte che di democratico hanno ben poco.
Per capire l’exploit di Magyar e del suo partito Tisza, ovviamente, bisogna fare un passo indietro e ritornare a sedici anni fa, quando Orbán vinse per la seconda volta le elezioni con il 52,7% dei consensi. Il suo primo mandato si era già svolto tra il 2002 e il 2006.
Nel 2010, l’Ungheria era attraversata da una dura crisi economica e da un regime di austerità voluto dall’Unione Europea, su cui aveva pesato anche lo scandalo di Őszöd che aveva travolto il premier socialista Ferenc Gyurcsány. Nel 2006, poco dopo le elezioni, era infatti trapelata una registrazione in cui lo stesso Gyurcsány ammetteva di aver mentito sui conti pubblici e sulla reale situazione economica di Budapest. Parole che innescarono proteste e scontri violenti nella capitale.
La vittoria di Orbán fu quindi un voto di protesta contro l’establishment, contro l’immobilismo della sinistra e la relativa mancanza di trasparenza. Quello che gli ungheresi non sapevano è che da lì a poco l’assetto del Paese sarebbe stato profondamente modificato, passando da una democrazia occidentale a una “democratura”.
Il primo colpo allo stato di diritto fu la riforma costituzionale del 2011, resa possibile dalla maggioranza dei due terzi in Parlamento ed entrata in vigore l’anno successivo. La nuova “Legge Fondamentale” ridusse i poteri della Corte costituzionale in materia economica e abolì il precedente Consiglio giudiziario nazionale. Al suo posto nacquero l’OBH e il NJC: il primo, guidato da una figura vicina a Fidesz, concentrava il potere su nomine e carriere; il secondo, composto da giudici, non disponeva di strumenti reali per controbilanciarlo. Così Orbán poteva influenzare politicamente la magistratura a proprio esclusivo giudizio. Nel 2013, il rapporto Tavares parlò apertamente di “rischio sistemico per lo Stato di diritto”, mentre la Commissione di Venezia aveva già evidenziato gli squilibri del nuovo sistema.


