Che fine hanno fatto i BRICS?
Nel gran caos geopolitico che investe tutte le sue aree di interesse, il maxi-pentapartito economico a guida cinese mostra tutta la propria inconsistenza. Si può davvero esercitare il potere egemonico senza “l’arme”?


Nel gran caos geopolitico che investe tutte le sue aree di interesse, il maxi-pentapartito economico a guida cinese mostra tutta la propria inconsistenza. Si può davvero esercitare il potere egemonico senza “l’arme”?

Fino a qualche tempo fa, improvvisamente, sembrava che saremmo diventati tutti sudditi di ipotetiche satrapie cinesi, province di un nuovo, imminente dominio asiatico. Ci avevano detto che il surplus commerciale di Pechino avrebbe investito il mondo intero, avvolgendolo in una morsa letale a metà tra il distopico-orwelliano e il tecno-utpostico dei romanzi di Asimov. La nuova tecnocrazia emergente a guida cinese avrebbe fatto piazza pulita, senza trovare impedimenti di sorta sul proprio cammino.
In particolare, l’intero 2025 è stato costellato di notizie, agenzie stampa e fotografie evocative incentrate su quella “nuova” (in realtà ventennale) e pericolosa alleanza a baricentro asiatico-mediorientale che rischiava di riscrivere per sempre le regole dell’economia globale. Nel momento di maggiore incertezza dell’instabile e claudicante, seppur ancora egemone, impero americano, una congrega di potenze, paesi emergenti e piccoli satelliti ha inondato la cronaca politico-economica internazionale, lasciando presagire che sotto la scure pesante del surplus commerciale cinese e del boom demografico del sud-est asiatico, le regole del domino globale sarebbero state riscritte da un giorno all’altro.
E invece no. Capiamo perché.
Oggi la galassia BRICS+ comprende 11 paesi, che rappresentano quasi la metà della popolazione globale e il 39-40% del relativo PIL, il 44% della produzione mondiale di petrolio, il 78% di quella di carbone, il 72% delle riserve mondiali di terre rare. Parliamo di fatto di un mosaico dal peso strategico dominante, sotto tutti i punti di vista. Eppure si tratta di un blocco che sta affrontando una perenne crisi dettata da numerosi fattori.
Partendo dal macro per arrivare al micro, una delle soluzioni del dilemma la si riscontra nella composizione stessa della galassia BRICS. Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti, Indonesia e Arabia Saudita non sono solo soggetti geopolitici a sé stanti ed estremamente differenti sul piano antropologico e culturale, ma hanno addirittura agende strategiche spesso apertamente confliggenti dal commercio all’energia, fino alla difesa e al controllo territoriale. Il conflitto in Iran e il blocco dello stretto di Hormuz, su tutti, stanno mostrando le fragilità di questo conciliabolo estremamente disomogeneo.
La Cina, ad esempio, che attualmente consuma oltre 15 milioni di barili di petrolio al giorno, spinge da sempre per il surplus produttivo e il calmieramento dei prezzi per poter acquistare quei 10 milioni di barili al giorno che intercorrono tra la produzione e consumo interni. I paesi OPEC+, invece, come Arabia Saudita e Iran, viaggiano spediti nella direzione dei tagli alla produzione, così da poter capitalizzare sulle tensioni geopolitiche attraverso gli aumenti di prezzo al barile che in massima crisi arrivano anche ai 100 dollari. Paesi OPEC+ che, tra l’altro, nella partita della supply chain petrolifera, combattono a spron battuto l’export russo, tornato ad alti livelli dopo l’apertura dei mercati asiatici a seguito delle sanzioni europee post conflitto russo-ucraino.
Non sono di certo solo l’energia e il commercio a dividere le potenze dei BRICS. Cina e India, ad esempio, nemici giurati a discapito di foto cordiali e strette di mano, sono tornate a contendersi zone d’influenza strategiche fondamentali in Bangladesh, Myanmar, Kashmir, con Pechino che cerca lo sbocco via mare alternativo a Taiwan e Nuova Dehli che vuole scongiurare a tutti i costi l’ascesa rivale nei territori antistanti. India che, tra l’altro, è un pesante alleato americano nel contenimento marittimo cinese.
Le guerre in Ucraina, Iran, Gaza, le schermaglie tra Pakistan e Afghanistan ci hanno dato una serie di lezioni importanti. Anzitutto, l’immobilismo cinese ha svelato il grande elefante nella stanza: Pechino agisce sulle vie commerciali, perché di tutelare i propri interessi con le maniere forti non è probabilmente ancora in grado. E calcolando che sulla sua potenza si fonda la credibilità dell’intero ecosistema dei BRICS, questa non è una buona notizia per chi crede (o ha creduto) nel progetto. Oggi non si parla più dei BRICS perché alla ribalta ci sono le guerre dirette, i mondiali, Jeffrey Epstein e tutta la sua allegra compagnia.
Di fatto, l’hype si è sgonfiato. In molti hanno creduto che sistemi economici alternativi, nuove monete e circuiti bancari extra-shift fossero sostenibili con la sola forza di produttività, dominio commerciale e controllo delle materie prime. Ci siamo rimasti male quando abbiamo scoperto che, inevitabilmente, si trattava di un sogno post-moderno. I BRICS ora non sono solo davanti ad una prova di credibilità, quanto piuttosto ad una di sopravvivenza: la manifesta indisponibilità della Cina al tutoraggio militare delle proprie zone di influenza è un’incognita che rischia di mettere in discussione tutto l’ordine costituito ad epicentro asiatico. E se l’epoca del rilancio cinese corrisponde a quella dei fronti nuovi fronti geopolitici aperti ovunque e in ogni momento, forse il soft power potrebbe davvero non bastare più.