Il Maine di Stephen King: dove la paura ha messo radici
«Porti con te il tuo luogo, ovunque tu vada.» (Stephen King)

C’è qualcosa di profondamente disturbante nei

«Porti con te il tuo luogo, ovunque tu vada.» (Stephen King)

C’è qualcosa di profondamente disturbante nei
Per capire il suo Maine bisogna dimenticare, almeno per un attimo, clown assassini, vampiri, cimiteri maledetti e mostri nascosti nelle fogne. Bisogna guardare bene nelle stradine secondarie, nei boschi tenebrosi, nelle cittadine dove tutti conoscono tutti e dove il passato non sembra mai davvero passato.
C’è un’immagine del Maine che ritorna continuamente nei suoi libri ed è forse quella che mi affascina maggiormente: l’idea della piccola comunità. Non la grande America delle metropoli che tutti conosciamo grazie a Hollywood, ma l’America ordinaria e monotona. Quella dei diner, dei vicini che si conoscono, dei negozietti che chiudono presto e delle estati trascorse al fiume. È questo il vero potere di King: non ha bisogno di inventare un mondo per farci paura. Gli basta prendere quello vero e cambiare la prospettiva.
Il talento del maestro non è stato tanto inventare Pennywise, ma trasformare un luogo reale in un luogo mentale. Prendere il Maine e caricarlo di ricordi, fantasmi, mostri, amicizie, perdite. Una geografia emotiva che non coincide con quella delle mappe. Derry potrà anche non esistere, ma chi ha letto It sa esattamente dove andare a cercarla.
Il Maine di King non è un racconto dell’orrore, ma un racconto dell’affetto che lo scrittore nutre per la sua terra. Non è un parco a tema, ma un luogo che esiste indipendentemente dai celebri romanzi. Ecco perché ho deciso di andarci senza pretese: non parto alla volta del Maine alla ricerca dei mostri di Stephen King, ma alla ricerca dei luoghi che li ha partoriti.
Eviterò di fare un tour delle “attrazioni kinghiane”, di rincorrere indirizzi e fotografie da collezionare come prove di un pellegrinaggio letterario. Non è questo che cerco. Voglio vedere il Maine con gli occhi di chi, prima ancora di esserci stato, ha imparato a conoscerlo attraverso le pagine del “re”. Comincerò da Bangor, inevitabilmente. È difficile immaginare un viaggio nel Maine di King senza passare da qui. La casa di West Broadway sarà una tappa obbligatoria, certo, così come il Penobscot River. Ma non saranno le foto ricordo a interessarmi davvero. Mi interesserà il momento in cui smetterò di cercare un riferimento preciso a It e comincerò semplicemente a guardarmi intorno. Forse sarà allora che Derry apparirà. Non come una città, ma come una sensazione a fior di pelle.
Perché quello che King ha fatto con il Maine è qualcosa di più sottile della semplice ambientazione. Ha preso luoghi normali e li ha caricati di memoria. Ha dato loro una profondità che sulle mappe non esiste.
King conosce così bene i suoi luoghi da non aver bisogno di descriverli come farebbe un viaggiatore. Non li guarda da fuori. Li abita. Li ricorda. Li attraversa con la familiarità di chi sa dove porta una determinata strada e cosa si trova dietro quella curva.
È probabilmente per questo che il suo Maine sembra così vero.
Non è il Maine della cartolina. È quello delle giornate normali. È un mondo ordinario, quasi rassicurante. E proprio questa normalità rende ancora più efficace l’irruzione dell’orrore.
È sempre la stessa intuizione, declinata in modi diversi: il mostro funziona soltanto se prima abbiamo imparato ad amare il luogo in cui si nasconde.
Per questo, durante il viaggio, voglio lasciare spazio anche a ciò che non ha nulla a che fare con Stephen King. Voglio vedere l’oceano. Voglio attraversare i boschi.
Voglio fermarmi davanti a un lago senza chiedermi se King lo abbia mai descritto. Voglio entrare in un diner e ascoltare una conversazione senza cercare di trasformarla in una scena di un romanzo. Voglio conoscere, per quanto possibile, il Maine che esiste al di là dei libri.
Perché sarebbe quasi ingiusto nei confronti di King ridurre questa terra ai suoi fantasmi.