Il quinto potere siamo noi
Dalla finestra di Howard Beale al feed che non smettiamo mai di scorrere

«Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!»

Dalla finestra di Howard Beale al feed che non smettiamo mai di scorrere

«Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!»
Quando, nel 1976, l’anchorman Howard Beale pronunciava queste parole davanti alle telecamere della UBS Network, il film “Quinto potere” sembrava una satira feroce e volutamente esagerata del mondo televisivo americano. Cinquant’anni dopo, fa un po’ meno ridere, perché se Howard Beale esistesse oggi probabilmente non avrebbe bisogno di occupare una diretta televisiva nazionale per trasformare la propria rabbia in uno spettacolo: gli basterebbero uno smartphone, una connessione internet e una live su TikTok, Instagram o Twitch.
Il capolavoro di Sidney Lumet raccontava una televisione che aveva scoperto una regola molto semplice: le emozioni fanno audience, e alcune funzionano meglio di altre. Nel film è Diana Christensen a comprenderlo prima di tutti, quando il crollo di Beale smette di essere soltanto la storia di un uomo e diventa un prodotto. La sua rabbia attira pubblico, il pubblico alza gli ascolti e gli ascolti producono denaro. Oggi, probabilmente, sostituiremmo semplicemente la parola “share” con “engagement”.
La televisione doveva convincerci a non cambiare canale, mentre le piattaforme devono convincerci a non smettere di scrollare, ma il meccanismo di fondo non è poi così diverso. Rabbia, indignazione, conflitto e paura riescono spesso a conquistare più attenzione di una spiegazione lunga, equilibrata o semplicemente meno emotiva, e non serve più neppure una redazione a decidere cosa meriti spazio, perché a farlo contribuiscono “sistemi di raccomandazione” che imparano continuamente ciò che riesce a trattenerci davanti allo schermo.
In questo modo l’indignazione diventa una merce: più reagiamo, più commentiamo, più un contenuto circola e più altre persone vengono coinvolte nella stessa reazione. Howard Beale chiedeva agli spettatori di affacciarsi alla finestra e urlare; noi abbiamo trovato un metodo molto più comodo: ci basta aprire i commenti.
Quinto potere, però, aveva intuito anche qualcos’altro. A un certo punto del film il telegiornale smette praticamente di essere un telegiornale e informazione, spettacolo, profezia, rabbia e intrattenimento finiscono dentro lo stesso contenitore. Oggi quel confine è diventato ancora più difficile da individuare, perché la politica parla attraverso meme e video verticali, una guerra viene raccontata contemporaneamente da inviati, soldati, cittadini, creator e account anonimi, mentre un fatto di cronaca può diventare nel giro di poche ore materiale per podcast, reaction, dirette e clip da pochi secondi.
Tutto convive nello stesso spazio e, forse, è proprio questa la differenza più grande rispetto al 1976. Allora esisteva ancora un confine evidente tra chi produceva lo spettacolo e chi sedeva sul divano a guardarlo, mentre oggi siamo entrambe le cose.
Anche il potere che un tempo apparteneva alle grandi reti televisive si è spostato. Le piazze nelle quali discutiamo, ci informiamo e costruiamo una parte della nostra percezione del mondo appartengono oggi in larga misura a poche grandi aziende tecnologiche.
Eppure la parte più scomoda di Quinto potere non riguarda né i dirigenti televisivi né chi controlla il mezzo, ma il pubblico. Davanti alla rabbia di Beale, gli spettatori non spengono la televisione: lo ascoltano, ripetono le sue parole, si affacciano alle finestre e urlano insieme a lui. È ciò che rende ancora attuale quella scena, perché anche noi sappiamo quanto certi meccanismi siano costruiti per provocarci e, nonostante questo, continuiamo a partecipare.
La macchina, in fondo, funziona perché continuiamo ad alimentarla.
Nel 1976 Quinto potere raccontava un pubblico trasformato in parte dello spettacolo. Cinquant’anni dopo abbiamo fatto un passo ulteriore: non siamo più soltanto il pubblico, siamo diventati anche il programma.

"Direttore editoriale"