Quali sono le fonti?
Troppa fiducia o semplice pigrizia? Verificare una notizia non è mai stato così facile, eppure sembra che nessuno abbia più voglia di farlo
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Troppa fiducia o semplice pigrizia? Verificare una notizia non è mai stato così facile, eppure sembra che nessuno abbia più voglia di farlo
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Almeno 39 documenti contenevano riferimenti apparentemente inventati o alterati dall’intelligenza artificiale. In alcuni casi si trattava di errori isolati, in altri quasi l’intero apparato delle fonti risultava inconsistente. Eppure, a leggerle, quelle citazioni non avevano nulla di sospetto. Nome dell’autore, titolo della ricerca, anno di pubblicazione, rivista scientifica: c’era tutto, e tutto era al posto giusto. Solo che alcuni di quegli studi non erano mai stati scritti.
La prima reazione è quasi automatica: ecco un altro problema provocato da ChatGPT. Ma fermarsi qui sarebbe troppo comodo, perché l’intelligenza artificiale, in questo caso, ha reso più evidente una cattiva abitudine che esisteva già: abbiamo smesso di chiederci da dove arrivino le informazioni che leggiamo.
Quante volte incontriamo un dato sui social e cerchiamo davvero lo studio da cui proviene? Quante volte vediamo una percentuale in un reel, una dichiarazione ritagliata in uno screenshot o una frase attribuita a un personaggio pubblico e andiamo a recuperare il contesto originale? Molto più spesso ci accontentiamo di sapere dove l’abbiamo vista: sui social. Ma Instagram, X, TikTok e WhatsApp non sono fonti, sono semplicemente i luoghi attraverso cui quell’informazione è arrivata fino a noi.
È una distinzione banale, eppure sempre meno scontata. Anche perché verificare non è mai stato così semplice: abbiamo archivi, giornali, banche dati, documenti ufficiali e dichiarazioni integrali a pochi clic di distanza. L’abbondanza di informazioni, però, sembra aver prodotto l’effetto contrario: ne consumiamo così tante da dedicare sempre meno tempo a ciascuna di esse.
Abbiamo quindi imparato ad affidarci a scorciatoie e, soprattutto, a una delle formule più potenti dell’informazione contemporanea: “secondo uno studio”. Quale studio? Chi lo ha realizzato? Su quale campione? Quando? Spesso nessuno lo domanda.
Ed è qui che l’intelligenza artificiale rende il problema più serio: non perché abbia inventato la disinformazione, ma perché oggi può imitare l’autorevolezza di uno studio scientifico in pochi secondi. Non dobbiamo più preoccuparci soltanto della teoria complottista scritta in maiuscolo da un account anonimo. Il falso ormai sa presentarsi bene, con una bibliografia ordinata, un linguaggio tecnico, il nome di un’università e persino quello di un ricercatore realmente esistente. Può assomigliare alla verità abbastanza da non farci venire voglia di controllare.
E spesso basta anche che venga ripetuto. Se la stessa informazione compare ovunque, tendiamo a considerarla più credibile, anche quando tutti la stanno semplicemente copiando dalla stessa fonte. Con l’IA questo meccanismo diventa ancora più insidioso: un dato inventato può essere pubblicato, indicizzato e poi ripreso come se avesse una storia reale.
È proprio per questo che tornare a cercare e verificare le fonti dovrebbe diventare una regola fissa. Davanti a un dato, a uno studio o a una citazione, non fermiamoci a ciò che sembra credibile: cerchiamo le fonti.

"Direttore editoriale"