Il rivoluzionario che il calcio italiano non aspettava
15 luglio 2026
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Quando l'Italia era ancora divisa tra Regno delle Due Sicilie, Stato Pontificio e domini austriaci, un ventiseienne genovese di nome Giuseppe Mazzini fondava la Giovine Italia. La sua idea era semplice e radicale: il cambiamento non sarebbe arrivato dalle élite, ma dai giovani.
Quasi 200 anni dopo, in un contesto profondamente diverso, quello stesso pensiero è stato portato da un altro rivoluzionario, nato a 100km dalla Genova di Mazzini, che si è preso la briga di indicare un percorso e mostrare una via a un paese intero che invece teme questi tipi di personaggi.
Silvio Baldini non ama fare il rivoluzionario. Anzi, probabilmente si infastidirebbe anche solo a sentirsi definire tale. Eppure, è esattamente quello che è diventato.
Nel calcio italiano del 2026, dove tutti parlano di dati, algoritmi, fatturato e sostenibilità dei progetti, Baldini si è presentato davanti alle telecamere parlando di sogni.
In un ambiente che preferisce rifugiarsi nel lessico aziendalista del "processo", degli "step di crescita", delle "valutazioni", Baldini parla di emozioni, di coraggio, di ragazzi. Dedica una vittoria a Nebbia, il cane dei figli, e quasi si scusa subito dopo, come se temesse di essere nuovamente processato per eccesso di umanità.
In fondo è questa la sua colpa più grande agli occhi del sistema: ricordare che il calcio non è una scienza esatta e che gli esseri umani vengono prima dei modelli. "All’ultimo stavamo pensando a quanto mancasse. Bisogna eliminare queste scorie, del perdere tempo, del pensare al risultato. Bisogna continuare a guardare il percorso, fare le cose giuste con equilibrio e coraggio per tirare fuori le qualità di questi ragazzi." questo è il manifesto lasciato da Baldini, hombre vertical che entra nella testa e nel cuore dei ragazzi che allena.
Lo storico Moses Finley scriveva che gli uomini tendono a riempire i vuoti con ciò che già conoscono. Valeva per gli antichi e vale ancora oggi.
I vuoti spaventano. Spaventavano gli storici dell'antichità, che preferivano immaginare ciò che non sapevano piuttosto che lasciare una pagina bianca. Spaventano ancora oggi chi è chiamato a prendere decisioni. Perché il vuoto è incertezza, rischio, responsabilità. E allora si riempie. Con ciò che si conosce. Con ciò che rassicura. Con ciò che è già stato.
Anche il calcio italiano, davanti ai suoi vuoti, reagisce così.
Da almeno un decennio il calcio italiano si interroga sul proprio declino. Si cercano le cause nelle strutture, nei vivai, nelle riforme dei campionati, nella preparazione atletica, nella governance federale. Tutti temi reali. Esiste, però, un elemento che attraversa ogni discussione e che raramente viene affrontato fino in fondo: la paura del nuovo.
Dopo Zenica il calcio italiano ha invocato una rivoluzione; poi, spaventato dal vuoto, lo ha riempito con il solito rimpasto.
Si invoca una discontinuità strutturale, ma al momento della sintesi il campo si restringe fino a produrre un duello tra profili che rappresentano, con diverse sfumature, lo stesso perimetro culturale. Da un lato Giovanni Malagò, classe 1959. Dall’altro Giancarlo Abete, classe 1950, già presidente FIGC tra il 2007 e il 2014. Più che una selezione del nuovo, una gestione ordinata del già noto.
Si chiede programmazione e poi si pretende il risultato nell'arco di pochi mesi.
Così il grande rimpasto estivo del calcio italiano assume un significato che va oltre le singole panchine. Gli allenatori si spostano da una squadra all'altra come pezzi su una scacchiera che viene continuamente ricomposta senza mai cambiare davvero forma. Non è una questione di competenza. Molti dei protagonisti di questo girotondo hanno costruito carriere straordinarie e meritano il rispetto che si deve ai vincenti.
La domanda, semmai, è un'altra.
Può un sistema rigenerarsi davvero se continua a cercare le risposte all'interno dello stesso recinto culturale? Può nascere qualcosa di nuovo se la soluzione è sempre individuata tra nomi, idee e percorsi che appartengono al passato recente?
Solo in questo discorso Silvio Baldini diventa un vero rivoluzionario: in un movimento che da anni lamenta la mancanza di talenti, sceglie di affidarsi ai giovani.
E soprattutto li considera protagonisti, non figuranti.
Tra questi c'è Pio Esposito.
Ventun anni. Un'età che nel calcio italiano viene spesso accompagnata dalla formula "deve ancora maturare." Come se la maturazione fosse un evento misterioso destinato a verificarsi spontaneamente con il passare del tempo.
La storia di Pio racconta invece qualcosa di diverso. Ventun anni e già abbastanza cicatrici da riempire una carriera intera.
Ha conosciuto l'entusiasmo e la delusione. Ha vinto. Ha sbagliato un rigore che pesava come un macigno. Racconta che si cresce giocando. Che il talento non diventa affidabile prima di essere esposto al rischio.
È una verità che riguarda i calciatori. E forse riguarda anche il calcio italiano.
Da almeno un decennio il movimento cerca una via d'uscita al proprio declino. La invoca dopo ogni fallimento, la promette dopo ogni crisi. Poi, puntualmente, torna a rifugiarsi in ciò che già conosce.
Forse il problema non è nemmeno l'assenza di talenti, di idee o di competenze. Forse il problema è che il calcio italiano pretende che il nuovo offra le garanzie del vecchio prima ancora di concedergli un'occasione.
È una richiesta impossibile. Perché ciò che è nuovo porta inevitabilmente con sé margini d'errore, incertezza e rischio. Esattamente ciò che il sistema sembra voler evitare.
Due secoli fa Mazzini affidava il futuro dell'Italia ai giovani. Oggi il calcio italiano continua a chiedersi come ritrovare il proprio.
Forse la risposta non è così difficile da individuare. Più difficile, semmai, è avere il coraggio di praticarla.