La Giovine Italia di Baldini
Il rivoluzionario che il calcio italiano non aspettava

Quando l'Italia era ancora divisa tra Regno delle Due Sicilie, Stato Pontificio e domini austriaci, un ventiseienne genovese di nome Giuseppe Mazzini fondava la Giovine Italia. La sua idea era semplice e radicale: il cambiamento non sarebbe arrivato dalle élite, ma dai giovani.
Quasi 200 anni dopo, in un contesto profondamente diverso, quello stesso pensiero è stato portato da un altro rivoluzionario, nato a 100km dalla Genova di Mazzini, che si è preso la briga di indicare un percorso e mostrare una via a un paese intero che invece teme questi tipi di personaggi.
Silvio Baldini non ama fare il rivoluzionario. Anzi, probabilmente si infastidirebbe anche solo a sentirsi definire tale. Eppure, è esattamente quello che è diventato.
Nel calcio italiano del 2026, dove tutti parlano di dati, algoritmi, fatturato e sostenibilità dei progetti, Baldini si è presentato davanti alle telecamere parlando di sogni.
In un ambiente che preferisce rifugiarsi nel lessico aziendalista del "processo", degli "step di crescita", delle "valutazioni", Baldini parla di emozioni, di coraggio, di ragazzi. Dedica una vittoria a Nebbia, il cane dei figli, e quasi si scusa subito dopo, come se temesse di essere nuovamente processato per eccesso di umanità.
In fondo è questa la sua colpa più grande agli occhi del sistema: ricordare che il calcio non è una scienza esatta e che gli esseri umani vengono prima dei modelli. "All’ultimo stavamo pensando a quanto mancasse. Bisogna eliminare queste scorie, del perdere tempo, del pensare al risultato. Bisogna continuare a guardare il percorso, fare le cose giuste con equilibrio e coraggio per tirare fuori le qualità di questi ragazzi." questo è il manifesto lasciato da Baldini, hombre vertical che entra nella testa e nel cuore dei ragazzi che allena.



