Max e Vale
Il peso di un’ombra, la necessità di un nemico

Valentino Rossi e Max Biaggi non sono stati solo due piloti, sono stati due modi diversi di correre sulle due ruote e ancora oggi nel cuore degli appassionati c’è la domanda chi sia stato il migliore.
Un interrogativo che non riguarda chi fosse il più veloce, perché la velocità, tra la fine degli anni ’90 e la metà degli anni 2000, era un concetto che passava dall’uno all’altro.
Se conosci il motociclismo, i fatti li conosci già e non c’è bisogno di raccontarli: dalla spallata di Suzuka, dal dito medio di Max, l’irriverenza di Valentino, i duelli a Welkom e Donington, per esempio, che sono entrati nella storia della MotoGP e di una delle rivalità più accese nel mondo delle due ruote.
La vera storia risiede in ciò che questi due piloti si sono tolti e, paradossalmente, anche donati a vicenda.
Max Biaggi era l’eleganza, l’estetica della guida: pulito, millimetrico, non ammetteva sbavature, quasi ossessivo nella ricerca della linea perfetta da tracciare.
Per Max, la pista era un problema matematico da risolvere con il talento e la dedizione, convinto che la grandezza di un pilota si misurasse nella sua tecnica in gara.
Valentino invece sembrava dire l’esatto contrario: che la velocità non è solo calcolo, ma gioia, teatro, istinto.
Se Biaggi era la perfezione, Rossi era l’imprevedibilità. Non era solo guida: era una diversa interpretazione di correre.


