Come si vince la sfida della narrazione, in un mondo apparentemente senza eroi
15 giugno 2026
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Napoli, 16 aprile. Otto rapinatori risalgono dalle fogne e prendono in ostaggio venticinque persone nella filiale di una banca. Il buco nel pavimento, il tunnel sotterraneo, le cassette di sicurezza divelte.
Sui divani italiani, però, la giustificazione sta già partorendo un mito. Si ironizza anche sull’efficienza dei loro scavi. «Assumiamoli per finire i lavori della metro».
Quando gli ostaggi vengono liberati è passata circa un’ora dall’inizio del colpo e diverse trasmissioni televisive stanno trasmettendo in diretta. Per buona parte degli spettatori non è più un reato, ma una performance da premiare con un’assoluzione.
Troppo talentuosi per essere dichiarati colpevoli.
Già era successo.
A ottobre alcuni ladri si erano introdotti al Louvre rubando parte dei gioielli di Napoleone. Una banda acclamata perché riuscita a raggiungere una finestra con un montacarichi e a scappare su un T-Max.
A quanto pare ora il fine giustifica i mezzi, di trasporto.
Persino la stampa internazionale ne aveva parlato con una punta di ammirazione mal dissimulata. Chi si era scandalizzato, invece, era stato rapidamente ridicolizzato.
«Indignarsi per dei gioielli mentre il mondo brucia. Che meschinità».
«Hanno anche offerto l’acqua alla signora colta dal malore», si è detto della banda del Vomero.
Ma non è vero che davanti alla morte ci fermiamo. Lì semmai rinforziamo qualcosa.
È quanto accaduto con Luigi Mangione, diventato sex symbol dopo aver ucciso Brian Thompson, CEO della UnitedHealthcare.
Il dibattito si concentrò subito sulle storture del sistema sanitario americano, più che sull’omicidio in sé. E Mangione divenne un simbolo (sterile) per acclamazione.
Un eroe dietro le sbarre mentre il pubblico si gode la catarsi. Un pubblico che non vuole sporcarsi le mani, ma si nutre della fama di un simbolo che lo fa al suo posto.
Un simbolo che non si è mai dichiarato portabandiera, tra l’altro. Ma questo non importa: verrà comunque caricato di senso.
Ma perché ci è così facile trasformare criminali in eroi popolari? Perché giustifichiamo rapine, furti, omicidi, capovolgendo l’indignazione in ammirazione?
Ne discutiamo con Keith Hayward, professore di criminologia all’Università di Copenaghen e membro del Copenaghen Centre for Criminology.
«È diventato quasi normale sentirsi autorizzati a fare qualsiasi cosa se si agisce in modo rozzo e anticapitalista», dice.
«È una sorta di pseudo-resistenza riscontrabile in tutto, dalle banali prediche politiche di Banksy al modo in cui, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, le forze dell’ordine e i tribunali hanno di fatto depenalizzato il taccheggio, con conseguente vera e propria esplosione delle statistiche relative a questo reato».
È a questo punto che Hayward ci indica la chiave, le «tecniche di neutralizzazione»: strategie che risolvono le dissonanze cognitive e disinnescano il senso morale legato a un comportamento deviante.
«È così che i criminali giustificano le proprie azioni», spiega.
Ma settant’anni dopo la loro teorizzazione, quegli stessi meccanismi rappresentano il modo in cui noi giustifichiamo loro.
A parlarne per primi furono i criminologi Gresham Sykes e David Matza nel 1957.
Secondo la loro tesi, i criminali non ignorano le norme sociali, ma le sospendono temporaneamente attraverso cinque meccanismi.
Riprendiamo quindi alcune narrazioni che hanno accompagnato i reati di cui abbiamo parlato e proviamo a leggerle attraverso la grammatica di Sykes e Matza.
«Non è colpa sua, il sistema sanitario lo ha spinto fin lì», è una cosiddetta negazione della responsabilità.
Se il contesto è abbastanza brutale, la responsabilità individuale si dissolve.
Ma ad aver premuto il grilletto è Mangione, nessun altro. Il sistema sanitario americano può anche far schifo, ma c’è una scelta, tra la rabbia e il proiettile.
«Non hanno ucciso nessuno, hanno pure offerto dell’acqua» è una negazione del danno.
Il trauma degli ostaggi e i risparmi di una vita volatilizzati sembrano pesare di meno di un bicchiere d’acqua.
Ma offrire dell’acqua mostra un briciolo di umanità in un individuo, non la sua innocenza.
Sarebbe come dire che investire qualcuno smette di essere sbagliato se poi chiami l’ambulanza.
«Se l’è cercata, le sue assicurazioni lasciavano morire la gente», è invece una negazione della vittima.
Brian Thompson smette di essere una persona e diventa un simbolo del male.
Ma la questione non è se il sistema sanitario americano abbia dei difetti (quelli sono documentati), ma che quell’agguato non ha salvato una sola vittima delle assicurazioni sanitarie.
Ha solo trasformato una giusta rabbia in feticismo per la violenza.
«È sbagliato scandalizzarsi per nove gioielli mentre il mondo brucia», poi, è una condanna di chi condanna.
L’attenzione si sposta dal crimine a chi osa criticarlo.
Ma questa è una gara al ribasso. Se possiamo ignorare un furto perché esistono ingiustizie peggiori, allora possiamo ignorare tutto, visto che ci sarà sempre qualcosa di più grave da usare come alibi.
Per ultimo, Sykes e Matza definirebbero «l’ha fatto per chi non può permettersi le cure» un appello a lealtà superiori.
L’omicidio smette di essere tale se serve a una causa che suoni abbastanza nobile da giustificare l’ingiustificabile.
Ma Mangione non ha distribuito medicine gratuite. Ha sparato a un uomo in strada.
E noi ci siamo inventati una narrazione eroica per non ammettere che un po’ ci è piaciuta la violenza.
Ci è piaciuto vederla travestita da giustizia.
Resta da capire se questa fascinazione per il vendicatore del sistema sia il segno di una maggiore sensibilità verso le cause sociali o, al contrario, l’indizio di un analfabetismo emotivo che scambia la violenza per catarsi.
Una dinamica che riguarda anche chi sta scrivendo.
Forse non stiamo cercando eroi, ma un modo per non sentirci complici di un mondo che ci sembra impossibile cambiare.