I social media, architetti di esperienze sempre più condivisibili e meno condivise
Il velo di Maya del XXI secolo: come la nostra quotidianità viene influenzata dai social


Il velo di Maya del XXI secolo: come la nostra quotidianità viene influenzata dai social

Una condizione in cui siamo vittime, e al contempo artefici, di un cambiamento epocale: se prima si usavano i social per rappresentare la realtà, adesso si usa la realtà per rappresentare i social. Una distinzione che, a parole, può sembrare sottile, ma nei fatti è molto più profonda di quel che si pensi.
Facebook, il primo social network considerato tale, nasce nel 2004 per connettere gli studenti universitari attraverso foto e informazioni. Dati reali che venivano trasmessi per conoscere e per farsi conoscere. Oggi potremmo dire, invece, che dati social vengono trasmessi con lo stesso obiettivo. Ed ecco che l’attenzione si sposta sull’utilizzo attuale di queste piattaforme, sempre più incentrate sull’isolare, nella doppia accezione che questo termine può assumere. Perché i social non solo isolano le persone dalla realtà, ma isolano anche la realtà stessa dalle sue sfumature, dalle sue ombre e dalla sua complessità, al punto che si può parlare solo di momenti catturati e catturabili.
Questa visione parziale delle esperienze, sempre più condivisibili e sempre meno condivise, sta diventando l’unità di misura del nostro tempo, dove al posto del senso si è fatto strada il pixel. Questo ha generato un paradosso ormai normalizzato: non catturiamo attimi, ma costruiamo momenti. Non è tanto diverso dall’operazione che si compie con i puzzle: si mettono insieme dei pezzi per formare un’immagine già configurata. Con i social sta funzionando più o meno allo stesso modo: si compone la realtà per dar vita a un contenuto che si ha già in mente in partenza e che può assumere diversi formati, dai post alle storie.
Esempi eclatanti di questa teoria provengono direttamente dal mondo della musica e, più nello specifico, dei concerti. Artisti dal calibro di Bruno Mars, Bob Dylan e Billie Eilish (solo per citare alcuni nomi) vietano l’utilizzo degli smartphone durante le date dei tour per regalare ai fan un’esperienza autentica, intima e ininterrotta, prerogativa della musica dal vivo. Esattamente il contrario di quanto avviene con e sui social, dove l’esperienza si può definire riprodotta, pubblica e frammentata. Proprio i concerti, che sono delle performance artistiche a tutti gli effetti, i cui protagonisti non sono soltanto i musicisti, ma anche il corpo di ballo e gli oggetti di scena, oggi sono al centro di una narrazione che ne esalta la spettacolarità e la singolarità. Tutti aspetti che talvolta non nascono solo per essere vissuti dai fan, ma anche, e soprattutto, per essere immortalati dalla fotocamera dello smartphone. E così ogni evento dal vivo diventa contenuto ancor prima di avere una sua forma.
Ma non è necessario arrivare alla performance artistica e musicale per capire a fondo questo concetto: basti pensare a quante volte, nella quotidianità, si progetta una festa, un viaggio, o semplicemente si prepara un piatto, in modo che ogni elemento possa essere non solo ripreso, ma anche instagrammabile (termine che non si riferisce a Instagram in senso stretto, ma a tutte quelle piattaforme che seguono dinamiche ben precise legate alla pubblicazione di contenuti esteticamente accattivanti e coinvolgenti). Quante volte, a un diciottesimo piuttosto che a una festa di laurea, ci siamo trovati protagonisti di foto scattate all’interno di cornici, realizzate e stampate sul modello dei post di Instagram? Senza saperlo, o meglio senza che ce ne accorgessimo, eravamo sui social anche mentre vivevamo quel momento. Momento che, sempre più spesso, presenta dettagli pensati per essere postati prima che per essere sperimentati. Tutti gli elementi, infatti, si prestano a essere progettati per un’inquadratura rigorosamente verticale, fuori dalla quale c’è spazio per ben poco. L’essenziale, o meglio il clou, dev’essere concepito e organizzato per poter entrare perfettamente in questo tipo di visione, che è soprattutto una divisione. Una divisione netta tra ciò che è spontaneo e naturale e ciò che, invece, è artefatto e costruito.
Quella stessa divisione che probabilmente non è più plausibile e nemmeno veritiera, come sostengono molte teorie sociologiche, tra cui quella del filosofo francese Pierre Lévy, che parla del rapporto tra reale e virtuale non in termini di contrapposizione, bensì di estensione. La dimensione online, di cui i social sono forse tra le espressioni più rilevanti, si configura come un vero e proprio prolungamento della vita offline. Proprio per questo le due dimensioni si (con)fondono ogni giorno di più, fino a influenzarsi a vicenda e a determinare una percezione della realtà sempre più distorta. Perché qui si apre un interrogativo ben più ampio: l’obiettivo è ancora raccontare, oppure il baricentro si è completamente spostato sull’atto di mostrare?
Ciò che vediamo sui social media è, in fondo, frutto di una rielaborazione accurata e meticolosa della realtà. Frame selezionati, momenti progettati a tavolino e situazioni accettate sono i nuovi protagonisti della scena mediatica, in cui il filtro emerge offline ancor prima di essere scelto come opzione sulle piattaforme. Quasi come se la vita stessa fosse mediata ancor prima che immediata. Sembrerebbe un discorso strano, visto che il tempo della riflessione è stato sostituito da quello dello scrolling dove non c’è spazio per l’attesa, per il vuoto e per la lentezza.
Ma se la velocità è il modus operandi con cui usufruiamo dei contenuti, ormai come fossero a tutti gli effetti beni di consumo, è la strategia che anima la creazione e la costruzione di reel, foto e testi. Scegliere come apparire, e perché, richiede ancora il suo tempo. Un tempo in cui i social hanno ormai una professione a parte, quella di architetti della realtà. Un ruolo decisivo, che l’umanità ha affidato loro in cambio di una promessa: la visibilità.
Se tornassimo di nuovo a indossare le lenti colorate di cui parlava Kant, scopriremmo che oggi conoscere la realtà è ancora più difficile di quanto non lo fosse ai suoi tempi. Perché se prima era mediata soltanto dalla nostra esperienza, oggi passa anche attraverso schermi sempre più piccoli e selettivi. Ma ci resta la possibilità di scegliere: possiamo decidere di ampliare il nostro sguardo oltre i confini di questi schermi. Se al loro interno troviamo tutto ciò che appare, è all’esterno che potremmo cercare quello che rischia di scomparire.