La morte sfiorata da un proiettile a soli tre anni e la rinascita dopo mesi di agonia. La storia di Antonino, vittima innocente della mafia
15 luglio 2026
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Stefania Gurnari ha quasi 53 anni, capelli biondi, accento calabro e occhi in cui si può quasi vedere tutto il dolore che ha vissuto per un proiettile che ha colpito alla testa il suo bambino quando aveva tre anni. Ma negli occhi di Stefania si può anche scorgere il mare che circonda il piccolo paese di oltre 10mila abitanti, Melito di Porto Salvo, al quale resta profondamente legata nonostante l’omertà di chi «non sa nulla». Nella sua voce l’amore che solo una madre conosce e l’amarezza di chi, ancora oggi – a distanza di 18 anni -, non sa il nome dell’uomo che ha aperto il fuoco quel 6 giugno del 2008, davanti alla chiesa dove si sarebbe dovuta svolgere la recita dei piccoli che frequentavano l’asilo del plesso Turati.
Sangue e lacrime sono tutto ciò che la gente ricorda di quel venerdì. Niente musica, canti o applausi, perché quella recita di fine anno non è mai avvenuta. La gioia che avrebbe dovuto invadere la piazza del Santuario Santa Maria di Porto Salvo lascia spazio alla paura e ai rumori dei bossoli sull’asfalto.
Una giornata iniziata in modo semplice: sveglia presto, latte e biscotti per colazione, poi le prove generali prima dello spettacolo delle 19.00, in cui Antonino avrebbe dovuto cantare insieme ai suoi compagni all’interno di un funghetto posto nel cortile della chiesa. Il ritorno a casa, poi il pranzo e un sonnellino di metà pomeriggio interrotto dall’entusiasmo del piccolo di esibirsi davanti a tutta la famiglia.
«Lui era impaziente di arrivare per primo, di essere il primo» ricorda Stefania, che non è di certo nota per la sua puntualità, dice. Ma quell’entusiasmo infantile la costringe, per una volta, ad arrivare in anticipo. Un cappellino rosso dimenticato a casa divide i genitori lungo il tragitto, un percorso breve che porta madre e figli - accompagnati dalla nonna materna - a proseguire verso il lungomare non distante dalla loro abitazione. All’arrivo, il Santuario che avrebbe accolto la recita di fine anno in cortile e cambiato le loro vite per sempre, stravolte da quello che Stefania ribattezzerà come «
Fermi all'ingresso, tra il palco e l'entrata, in attesa di far salire i piccoli per lo spettacolo intitolato “Il mondo delle favole”: «Io davo le spalle al mare mentre Antonino guardava verso il mare». Poi dei colpi, inizialmente scambiati per petardi, e poi ancora altri spari che attirano l’attenzione di tutti. «Mi sono girata un attimo e ho visto una persona in bilico su un motorino, perché chi doveva essere ucciso in quel momento, proprio in quel momento, passava di lì. E questa persona era quasi accanto ad Antonino, li divideva solo una rete di recinzione. Chi, invece, stava sparando era poco più avanti, a 15-20 metri. Il suo obiettivo, come emerso dalla perizia, era colpire il bersaglio alle gambe. Ma il proiettile gli ha solo sfiorato il ginocchio, così l’uomo ha preso una bicicletta e l’ha lanciata contro chi aveva aperto il fuoco, che per difendersi ha continuato a sparare a vista».
Cosa ha fatto quando si è resa conto che quei boati non erano petardi ma spari?
«Antonino era tra le mie gambe e io cercavo di prenderlo tra le braccia per scappare. Il suo viso era appoggiato sulle mie mani, ma più cercavo di tirarlo su, più sentivo il suo corpo pesante. Così ho guardato le mie mani e mi sono accorta che erano sporche di sangue. Il proiettile aveva colpito Antonino in volto. Un’ogiva (la parte anteriore del proiettile, ndr) era entrata nella bocca di mio figlio. È scoppiata al suo interno e gli ha tagliato gola e lingua».
Nessun’ambulanza nei dintorni, nessuna volante della polizia. Poi la corsa in ospedale con il papà «di un compagnetto di mio figlio». Il primo e poi il secondo arresto cardiaco, il medico che si inginocchia davanti al viso insanguinato di Antonino, che non perde mai conoscenza durante il viaggio in ospedale. Un proiettile gli scalfisce il viso, respira a fatica e i polmoni si riempiono lentamente di sangue, ma lui continua solo a pronunciare una parola, la più dolce detta da un bambino di tre anni: «mamma».
Stefania sorretta da alcuni parenti in ospedale – lì per altri motivi – che avvisano la famiglia: «Venite subito giù a Melito». E in poco tempo l’ospedale si riempie di persone care, amici e colleghi di Carmelo, padre di Antonino, che lavora come agente di polizia penitenziaria. Mestiere che porterà il paese calabro ad indugiare e a puntare il dito contro l’Arma, sostenendo una ritorsione nei confronti di Carmelo. «La gente ha voluto scaricare su mio marito le responsabilità di altri perché la gente sapeva che quell’uomo doveva essere ammazzato».
Chi era quell’uomo, Stefania?
«Una settimana prima del 6 giugno ero nel piazzale della chiesa, dove ogni pomeriggio si ritrovavano decine di famiglie. Dopo poco arrivò anche l'uomo, bersaglio dell'agguato. Ricordo che una mamma, vedendolo, commentò con preoccupazione la sua presenza. Non era un volto qualunque. Già mesi prima, nel gennaio 2008, due uomini – zio e nipote – avevano tentato di ucciderlointroducendo un tubo di ferro con puntale dalla finestra della sua abitazione. Il piano era fallito grazie all'intervento della moglie e i due erano stati arrestati e condannati per tentato omicidio. Da allora tutti sapevano che quella storia non era finita. Lo pedinavano da tempo, aspettando l'occasione giusta. Quel giorno, ascoltando quei discorsi, dissi una frase che non avrei mai dimenticato. Risposi che, se avessero provato ancora a ucciderlo, prima o poi ci sarebbe andato di mezzo qualche figlio di mamma, qualcuno che non c'entrava nulla».
L'origine della faida risaliva però a un episodio precedente. Nel 2004 erano stati uccisi due giovani. L'uomo – bersaglio del 6 giugno - era rimasto coinvolto nella vicenda, poi assolto in Cassazione «per eccesso colposo di legittima difesa» ed era tornato libero. Da allora zio e nipote avevano iniziato a pedinarlo con l'obiettivo di vendicarsi. Gli stessi che sono poi stati ritenuti i mandanti della sparatoria in cui Antonino ha rischiato di perdere la vita.
«Col tempo ho pensato che fosse proprio quella la cornice che cercavano: un luogo pubblico, affollato, dove consumare la vendetta davanti agli occhi di tutti». È così che agisce la mafia, pensa Stefania. «Lui usciva tutte le mattine alle 5 per andare a pesca. Perché non hanno provato a ucciderlo a quell’ora? Perché loro sono uomini d'onore, perché loro si vendicano in piazza davanti alla gente. Perché loro non hanno paura, non hanno timore».
Il trasferimento all’ospedale di Reggio Calabria per le cure necessarie e poi in quello di Roma, al Bambino Gesù, salvano la vita ad Antonino. Ma per Stefania e il medico di Reggio Calabria è stata una mano a trarlo in salvo.
«Poco dopo un medico mi chiamò da parte. Mi raccontò di aver vissuto per anni la guerra di mafia a Reggio Calabria, di aver visto centinaia di morti e tanti feriti arrivare in ospedale senza riuscire a salvarsi. Poi mi spiegò che il proiettile entrato dalla bocca di Antonino aveva provocato danni gravissimi, ma che non aveva attraversato direttamente il cervello: aveva seguito un percorso esterno fino a fermarsi dietro la nuca. È come se qualcuno avesse deviato quel proiettilecon una mano, mi disse. Quelle parole mi colpirono profondamente. Poco dopo andai nella chiesa di Melito per pregare. Davanti all'immagine della Madonna con il Bambino, rimasi colpita da una mano tesa».
La devozione l’ha salvata?
«Per me quell’immagine fu un segno di incoraggiamento, forza e speranza, la conferma di una presenza che mi avrebbe accompagnato per tutto il percorso. Da quel momento la fede non mi ha mai abbandonata, non ho mai smesso di credere e pregare».
Non è arrabbiata con Dio?
«No, non ho mai perso la fede. Antonino aveva un appuntamento con il destino, un appuntamento con una seconda vita. Una rinascita. Il 6 giugno festeggiamo ogni anno un secondo compleanno».
Il nome del figlio in nome del padre. «La sera prima di quello che è successo, ho sognato mio padre. Nel sogno mi parlava in dialetto, come faceva quando era arrabbiato e voleva rimproverarci. Mi disse “apri gli occhi, stai attenta ai bambini”. La mattina mi sono svegliata con quelle parole in testa». La notizia apre i tg, compare sulle prime pagine dei giornali, viene trasmessa in radio. Nel suo paese una fiaccolata per dire “i bambini non si toccano”. Nel frattempo, Stefania continua a pregare di non perdere suo figlio.
«Per anni mi sono fatta una domanda: perché quel giorno sono arrivata così presto? Io non sono mai puntuale, sono sempre stata ritardataria, eppure quel giorno ho anticipato tutto. Questo pensiero mi ha accompagnata a lungo, trasformandosi in senso di colpa, soprattutto davanti alle difficoltà enormi che ho dovuto affrontare per curare mio figlio. Ogni passo sembrava un ostacolo, un muro di cemento armato. In quei momenti mi sono affidata alla Madonna innumerevoli volte. Ho spesso rivisto nella mia mente l’immagine della Madonna con Gesù tra le braccia dopo la crocifissione, una madre che tiene il figlio senza vita. In quei momenti mi sono identificata con quella scena – ricorda con commozione -. E quando pregavo, lo facevo rivolgendomi alla “mamma di tutte le mamme”, chiedendo pietà per me e per mio figlio».
Cosa ricorda Antonino?
«Lui ricorda tutto. Quando siamo arrivati all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, Antonino è rimasto a lungo in coma farmacologico. Quando hanno deciso di risvegliarlo, mi hanno detto chiaramente che la situazione sarebbe stata molto difficile. Antonino non parlava, aveva riportato un grave ritardo cognitivo ed era come tornato a una condizione quasi vegetativa. Non riusciva a deglutire, non aveva più controllo dei movimenti. Aveva un’emiparesi al lato sinistro e soffriva di disturbi importanti di attenzione e concentrazione. I medici parlavano di una riabilitazione neurologica lunga e complessa. Al risveglio, gli fu detto che era caduto, ma lui scosse la testa perché non ci credeva. Durante le sedute con la psicologa, raccontò di ricordare una luce arancione, come un fuoco, e poi un carabiniere che gli teneva la mano e gli diceva di stare tranquillo, perché fuori c’erano la mamma e il papà».
Antonino si è risvegliato dal coma farmacologico il 13 giugno, giorno di Sant’Antonio, e dopo mesi di cure è tornato a casa nel novembre 2008, rientrando con un aereo di Stato. Zio e nipote, ritenuti i mandanti della sparatoria, sono stati arrestati per tentato omicidio. La famiglia di Stefania si è costituita parte civile nel processo e Antonino ha ottenuto il riconoscimento di vittima innocente della criminalità organizzata. Durante il lungo iter che ha portato alla condanna dei due imputati, Stefania ha seguito tutte le fasi del processo senza mai saltare un’udienza, assistita dall’avvocato e dal pubblico ministero Giovanni Musarò. Nonostante il clima del processo fosse spesso teso, tra intimidazioni, tensioni in aula e minacce personali, Stefania ha continuato a sostenere la propria testimonianza senza arretrare. «Secondo la difesa, Antonino si sarebbe trovato “nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Trovo veramente indegno che un bambino di tre anni si trovi nel posto sbagliato al momento sbagliato».
Suo figlio l’ha mai ringraziata per tutto quello che ha fatto?
«Sì, in maniera silenziosa lo hanno fatto tutti i miei figli. Il più grande fa il carabiniere, la piccola studia Giurisprudenza e vuole fare il magistrato, mentre Antonino oggi ha 21 anni, studia Economia a Roma, è innamorato e vive la sua vita in piena autonomia».
Crede che questa storia abbia segnato più lei o suo figlio?
«Da mamma penso che abbia segnato più me. Mi prendo un merito: ho cercato di far vivere tutte le difficoltà con semplicità, seguendo il credo “ci è successo, ma lo superiamo”».
Cosa porta nel cuore?
«Porto la paura che possa succedergli qualcosa perché vive con un frammento di proiettile nella carotide, ma porto anche tanta soddisfazione e gratitudine perché è vero che abbiamo sofferto tanto, ma ne siamo usciti vittoriosi. Ciò che è successo non ci ha incattiviti ma migliorati».
Il proiettile estratto nel gennaio 2009 e successivamente consegnato ai RIS come prova, non è più tra gli scaffali impolverati di un archivio dei carabinieri. Stefania ha voluto donarlo alla Chiesa. Quel proiettile è ora incastonato in un calice e custodito in una teca di vetro presso il Santuario di Santa Maria di Porto Salvo, dove viene mostrato come segno del passaggio dal dolore alla rinascita.