A Gifu, una città giapponese non lontana da Nagoya, vive una donna minuta, alta poco più di un metro e cinquanta, che porta sul corpo i segni indelebili di una vita vissuta oltre il limite. A prima vista, potrebbe sembrare una tranquilla cittadina, ma i tatuaggi colorati di tigri e draghi che le risalgono fino al collo e la falange mancante del mignolo sinistro raccontano una storia diversa. Questa è la storia dell’unica donna che è riuscita a farsi strada nel patriarcale e spietato sottomondo della Yakuza, la più grande organizzazione criminale giapponese.
Lei si chiama Mako Nishimura, nasce in una famiglia borghese. Suo padre era un funzionario statale, un uomo dall’animo severo e molto presente nella vita dei figli, come racconta Mako nelle sue testimonianze. Quell'educazione autoritaria accese in lei, già in tenera età, una scintilla di ribellione che non si sarebbe mai spenta. A 14 anni iniziò a marinare la scuola e a scappare di casa; quando si tinse i capelli di biondo, suo padre le rasò la testa per umiliarla, ma lei si presentò a scuola con il cranio avvolto in un asciugamano, fiera della sua sfida. In quel periodo scelse il suo nuovo nome: Mako, che significa "la figlia del diavolo". Si unì ai Worst, una banda di motociclisti bosozoku che sfrecciava per le strade con tute bianche da piloti kamikaze, dedicandosi a rapine e corse clandestine. Fu l’inizio di una discesa nel crimine che l’avrebbe portata, a soli 19 anni, a compiere il gesto che avrebbe cambiato il suo destino.
Nel 1986, Mako ricevette una chiamata da parte di una sua amica incinta, Aya, circondata da cinque uomini pronti a farle del male. Mako non esitò. Afferrò una mazza da baseball e si scagliò contro il gruppo con una furia tale da lasciare gli aggressori a terra, coperti di sangue. Quel coraggio brutale non passò inosservato. Ryochi Sugino, un carismatico boss locale che aveva già scontato una condanna per omicidio, vide in lei un potenziale criminale unico. A 20 anni, Mako compì il rituale del sakazuki, bevendo sake con il suo boss, formalizzò la sua entrata nella Yakuza.
Per Mako, però, quell’ingresso non rappresentava soltanto un’ascesa nel mondo della criminalità. Cresciuta guardando i film sulla Yakuza, era convinta che quei clan incarnassero un codice d’onore fondato sulla protezione dei più deboli e sulla lealtà assoluta tra i membri. Quando sua madre Hiroko si presentò perfino davanti alla sede del clan per implorare il boss di prendersi cura della figlia, Mako interpretò quel gesto in modo inatteso: anziché sentirsi “salvata” dalla famiglia d’origine, ebbe la sensazione di averne finalmente trovata una nuova. Solo molti anni dopo avrebbe compreso quanto quell’idea romantica fosse distante dalla realtà del mondo in cui aveva scelto di vivere.
Da quel momento, in ogni caso, la sua lealtà a Sugino sarebbe stata totale: “Se il boss dice che un corvo è bianco, allora è bianco”. Per farsi accettare in un mondo dove le donne erano relegate a ruoli marginali di mogli o amanti, Mako imparò a parlare, guardare e combattere come un uomo, arrivando persino ad abbassare il tono della sua voce quando rispondeva al telefono della sede del clan.
La vita nel clan Sugino-gumi non era fatta solo di violenza, ma anche di compiti quotidiani in cui Mako cucinava per i compagni (era celebre la sua insalata di patate), portava a spasso i cani del boss e faceva anche la receptionist. Ma il suo vero valore per l'organizzazione risiedeva nella sua capacità di fare affari. Gestiva giri di prostituzione, imparò il karate e vendeva metanfetamine, diventando rapidamente una figura di rilievo. Uno dei momenti più oscuri della sua carriera riguarda la gestione delle donne destinate a Watakano, conosciuta come "l'isola della prostituzione". Mako stessa ammette che per scalare i vertici della malavita bisognava compiere azioni malvagie. Tuttavia, il rispetto dei suoi compagni non era basato solo sulla paura, ma sulla sua disponibilità a sacrificarsi. Quando Sugino scoprì che alcuni membri del clan facevano uso di droga - una pratica ufficialmente vietata -, Mako si assunse la responsabilità. Eseguì il yubitsume, il rituale della mutilazione del dito. Appoggiò il mignolo sinistro a terra e premette con il piede su una spada corta. Il primo taglio fu impreciso e doloroso, così dovette ripetere l'operazione recidendo il dito fino alla seconda falange. Quella stoica noncuranza per il dolore le guadagnò il soprannome di "piccolo uomo" tra i rivali.
Il declino iniziò negli anni '90. Mentre il Giappone affrontava l’implosione della bolla economica e lo Stato introduceva leggi anti-Yakuza sempre più severe, in seguito allo scoppio di una serie di scandali che rivelò gli stretti legami tra il crimine organizzato e la politica, la vita privata di Mako precipitava nel caos delle droghe. Fu, però, la nascita del suo primo figlio, nel 1995, a innescare un cambiamento profondo, così Mako provò a lasciare il clan per dedicarsi alla famiglia. Cercò lavori onesti nel settore medico o nell'edilizia, ma veniva sistematicamente licenziata non appena i datori di lavoro scorgevano i suoi tatuaggi o il mignolo mozzato. Respinta dalla società civile e con i figli affidati all'ex compagno a causa delle sue dipendenze, Mako tornò ciclicamente nel crimine, dedicandosi allo spaccio per sopravvivere, finché un overdose di tranquillanti non la portò a un passo dalla morte nel 2014.
Il colpo di grazia alla sua vita da gangster arrivò quando capì che le stesse bande che dichiaravano di “proteggere i più deboli” erano dediti, tra le altre cose, a truffe telefoniche contro gli anziani, azioni che Mako considerava prive di dignità. Decise di chiudere per sempre con quel mondo. La svolta avvenne grazie all'incontro con Satoru Takegaki, un ex boss della Yamaguchi-gumi diventato il fondatore di Gojinkai, una ONG che aiuta gli ex gangster a reintegrarsi nella società. Ispirata da lui, Mako ha aperto una sezione dell'associazione a Gifu, proprio vicino alla vecchia sede del suo clan. Oggi trascorre le sue giornate lavorando nei siti di demolizione (uno dei pochi lavori che tollera i suoi tatuaggi) e guidando gruppi di ex detenuti in attività di utilità sociale, come la pulizia delle strade e dei parchi locali. Nel 2024, dopo decenni di silenzio, Mako è tornata nella sua casa d'infanzia per sedersi accanto alla madre Hiroko. In un caffè di Gifu, ha incontrato anche il fratello minore, scusandosi per l'inferno che la sua assenza aveva causato alla famiglia. Sebbene il figlio minore non sia ancora pronto a perdonarla, Mako ha ritrovato il legame con il maggiore. Oggi, a 59 anni, Mako Nishimura guarda al suo passato senza filtri, consapevole che la sua sopravvivenza è un miracolo.