Il dibattito che oppone Thomas Hobbes a John Locke non costituisce un semplice capitolo di storia del pensiero politico del Seicento, né si esaurisce nell’alternativa schematica tra assolutismo e liberalismo. La cesura tra i due autori britannici rappresenta la frattura generatrice di due paradigmi opposti sul rapporto tra potere pubblico, individuo ed economia. Hobbes assiste al trauma della prima guerra civile inglese degli anni ‘40 del Seicento, un evento destrutturante in cui la dissoluzione dell’autorità statale precipita la società nel caos. Locke scrive invece nel contesto della Gloriosa Rivoluzione del 1688, un processo di transizione istituzionale sostanzialmente incruento che sancisce la fine delle mire assolute degli Stuart e consacra la monarchia costituzionale basata sul bilanciamento tra Corona e Parlamento. Da queste premesse scaturiscono due antropologie politiche antitetiche: dove Hobbes vede nell’instabilità il pericolo supremo da scongiurare a costo di qualsiasi sacrificio di libertà, Locke individua nell’arbitrio del potere la vera minaccia contro la quale è legittimo, e persino doveroso, esercitare il diritto di resistenza.
L’antropologia dell’incertezza e la genesi razionale dello Stato totalizzante
Contestando la matrice aristotelico-scolastica dell’uomo come zoon politikon o animale naturalmente sociale, Hobbes concepisce l’individuo come un’entità mossa dal conatus sese conservandi, ossia dall’istinto primario di autoconservazione e dalla ricerca del piacere personale. Nello stato di natura, l’assenza di un potere coercitivo intermedio e l’uguaglianza formale delle capacità individuali non generano armonia, ma una condizione di permanente insicurezza in cui ciascuno detiene un diritto illimitato su tutto (ius in omnia).
La vita nello stato di natura diviene così, secondo la nota formulazione del Leviatano, solitaria, misera, sgradevole, brutale e breve. Per uscire da questo stallo strutturale, gli individui stipulano un patto di unione e di sottomissione al contempo: un contratto multilaterale in cui ciascuno rinuncia alla propria potestà assoluta e la trasferisce a un terzo, il sovrano, che rimane estraneo all’accordo e dunque del tutto irresponsabile verso i sudditi. Il sovrano non è vincolato dalle leggi che egli stesso emana (legibus solutus), poiché qualsiasi istanza di controllo o di divisione del potere introdurrebbe un elemento di debolezza capace di far precipitare di nuovo il corpo sociale nel caos della guerra civile. L’unico limite posto all’azione dello Stato assoluto risiede nella tutela della vita biologica: qualora il sovrano attenti alla sopravvivenza del singolo, il patto perde la sua ragion d’essere e l’individuo riacquista il primordiale diritto alla difesa.
La costituzionalizzazione del mercato e la priorità dei diritti pre-statali
John Locke sovverte il paradigma hobbesiano muovendo da una differente concezione dello stato di natura e della razionalità umana. Nello schema lockiano, la condizione originaria non coincide con una condizione di guerra permanente, bensì con un sistema articolato di relazioni umane disciplinato dalla legge di natura, intesa come dettame della ragione. Gli uomini nascono liberi, uguali e titolari di diritti inalienabili che preesistono alla formazione di qualsiasi autorità politica: il diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà (property). La proprietà lockiana non si configura come una concessione del sovrano, ma come un’estensione diretta della personalità umana attraverso il lavoro. Lo stato di natura lockiano soffre tuttavia di tre carenze strutturali: l’assenza di una legge scritta e riconosciuta da tutti, la mancanza di un giudice imparziale per la risoluzione delle controversie e il difetto di un potere esecutivo in grado di far rispettare le sentenze.
Il contratto sociale lockiano non nasce quindi per creare ex novo l’ordine sociale o per alienare la sovranità individuale, ma per istituire un meccanismo di garanzia idoneo a tutelare la proprietà e i diritti preesistenti. Attraverso il consenso, i cittadini delegano allo Stato unicamente il potere di far rispettare la legge naturalistica, conservando intatti i propri diritti fondamentali. Da questa impostazione discendono la teorizzazione della divisione dei poteri, con la primazia del parlamento quale organo rappresentativo, e la codificazione del diritto di resistenza (appeal to heaven).
L’espansione amministrativa contemporanea tra neo-leviatani e garanzie regolatorie
Il confronto tra il modello autoritativo-unitario di Hobbes e quello garantista-funzionale di Locke trascende il piano della storiografia filosofica per manifestarsi nelle dinamiche del moderno diritto amministrativo e nell’organizzazione delle pubbliche amministrazioni. Lo Stato contemporaneo si trova costantemente in tensione tra queste due istanze sotterranee: da una parte, la spinta verso una gestione dirigistica e accentrata delle crisi; dall’altra, la necessità di sottoporre l’azione pubblica al principio di legalità, alla trasparenza e al rispetto delle libertà individuali. L’eredità hobbesiana riemerge con evidenza nelle fasi di emergenza economica, sanitaria o sistemica, in cui il potere esecutivo tende a riappropriarsi di una sovranità di tipo decisionista. Al contrario, la matrice lockiana costituisce il fondamento del diritto amministrativo liberale e delle moderne democrazie costituzionali. Essa trova espressione nei principi di partecipazione al procedimento amministrativo, nell’obbligo di motivazione dei provvedimenti, nella giustificabilità degli atti di fronte a un giudice terzo e nell’accesso ai documenti pubblici.
La gestione della finanza pubblica tra imperativo di stabilizzazione e limiti della tassazione
Nel campo della finanza pubblica e del diritto economico, l’opposizione tra i due pensatori del Seicento offre una chiave di lettura fondamentale per analizzare le traiettorie dell’intervento statale nelle dinamiche di mercato e nei bilanci pubblici. In un’ottica hobbesiana, la finanza pubblica è uno strumento di conservazione della sovranità e di garanzia dell’ordine da parte del potere centrale. Lo Stato possiede una potestà impositiva originaria e potenzialmente illimitata, in quanto la proprietà privata esiste solo in virtù della protezione accordata dal Leviatano. Il modello lockiano, di contro, inscrive la finanza pubblica entro i confini stretti del consenso rappresentativo e della tutela della proprietà. Il principio no taxation without representation, recepito negli ordinamenti moderni attraverso la riserva di legge in materia tributaria, discende direttamente dall’insegnamento di Locke: il governo non può prelevare quote della proprietà dei cittadini senza il consenso espresso da questi o dai loro rappresentanti eletti.
L’illusione dell’ordine tecno-burocratico e le prospettive dello Stato di diritto
L’evoluzione dello Stato contemporaneo dimostra come la contesa tra Hobbes e Locke sia lungi dall’essere risolta. La crescente complessità delle società globalizzate e l’insorgere di crisi finanziarie, energetiche e geopolitiche hanno rinfocolato la tentazione di rifugiarsi in soluzioni di matrice hobbesiana, riproposte oggi sotto forma di tecnocrazia o autoritarismo burocratico. La tendenza a sostituire la dialettica parlamentare con la governance degli esperti o con l’amministrazione per decreti risponde all’illusione che la sicurezza e la stabilità debbano essere perseguite a discapito della trasparenza e del controllo democratico. Tuttavia, il mero ripristino dell’ordine separato dalla tutela della libertà produce istituzioni fragili e inefficienti. La sfida fondamentale delle democrazie moderne risiede nella capacità di riaffermare la lezione lockiana senza cedere alla paralisi istituzionale: costruire un ordinamento amministrativo e finanziario capace di garantire la sicurezza e la coesione sociale, non già attraverso il verticismo coercitivo del comando, ma mediante il rispetto formale delle procedure, la garanzia della certezza del diritto e la promozione dei diritti fondamentali dell’individuo.