Gioia Mia e il ritorno dell’Agostino Moraviano
L'esordio di Margherita Spampinato riscrive uno dei grandi romanzi di formazione italiani, trasformando il disorientamento in speranza


L'esordio di Margherita Spampinato riscrive uno dei grandi romanzi di formazione italiani, trasformando il disorientamento in speranza

E Nico, ridotto in termini primi, senza telefono e wi-fi, ritorna ad essere l’Agostino moraviano: l’autore romano, più di ottant'anni fa, aveva cucito addosso al suo protagonista l’incapacità di comprendere il mondo circostante. Non occorre essere severi e particolarmente sorpresi se questi giovani sparuti finiscono con l’essere ritratti sempre come degli incapaci: è successo anche a noi. E qui c’è tutta la beltà di questo parallelo letterario-cinematografico: ci riguarda.
Entrambi, Nico e Agostino, non capiscono. E questo è il nostro punto di partenza. Le regole di un racconto presuppongono che ci sia un momento di rottura dell’ordine narrativo: e il loro avvedersi del non capire è la rottura dell’equilibrio preesistente e dell’infanzia. Seppur descritti e mostrati come bambini, i due – turbati e inquieti – mostrano i primi sintomi dell’adolescenza. In entrambi i casi, la loro inquietudine si proietta in estate. Sgombra e vuota, l’estate diventa il muro bianco dove piroettano le ombre lunghe dei primi pensieri adulti. Entrambi si trovano davanti un tempo vuoto e non ordinato, che permette loro di essere al di fuori di schemi rigidi. E l’essere lì li mette davanti a quel che saranno: e Agostino e Nico crescono. L’uno, nella pittorica estate della Versilia, dove la spiaggia appare palcoscenico di sfoggio borghese; l’altro, in una Sicilia antica e ancestrale.
A cambiare, però, è anche il modo in cui i due protagonisti guardano ciò che li circonda. Moravia costruisce uno sguardo continuamente ferito, incapace di decifrare i gesti degli adulti e per questo destinato a trasformare ogni scena in un enigma. Spampinato, invece, insiste maggiormente sul dettaglio quotidiano: gli oggetti della casa, i silenzi, i rituali della zia diventano strumenti attraverso cui Nico impara lentamente a leggere un mondo che inizialmente gli appare estraneo. In entrambi i casi, ciò che conta non è tanto ciò che accade, quanto il modo in cui l’esperienza modifica lo sguardo di chi la attraversa.
L’elemento naturale del mare è presente in entrambi i prodotti: in Agostino è lo sfondo luccicante e minaccioso delle avventure della madre. Quando il giovane vede la donna allontanarsi con il suo amante oltre la riva, e sparire oltre il blu della linea all’orizzonte, prova angoscia e dispersione. In Nico, invece, il mare compare solo alla fine, quando il percorso è già stato (in parte) compiuto, e sembra avere una forza risolutiva e benefica. Non solo, infatti, il ragazzo accetta di andare in spiaggia solo alla fine del film, dopo molti rifiuti, ma vediamo un Nico capace di chiedere scusa, agire, interagire con gli altri: una figura radicalmente cambiata rispetto all’inizio.
E qui, forse, c’è una delle differenze più grandi tra i due racconti. Il romanzo di Moravia non finisce, non concede al lettore nessun riposo. Agostino si rende conto di non essere un uomo e l’autore ci dice che non lo sarà ancora per molto: fine dei giochi. Abbiamo seguito Agostino tanto a lungo e non ne vediamo neppure un frutto. Lo sguardo di Margherita Spampinato ci dà, invece, una conclusione, l’immagine in miniatura di un uomo nuovo. Sarà che, d’altra parte, come racconta la stessa autrice, il film nasce da ricordi personali; non ci sorprende allora lo sguardo languido e commosso con cui la pellicola si chiude, a differenza del freddo distacco moraviano.
L’altra differenza riguarda la rappresentazione del femminile. Senza voler scadere in facili prese di posizione, per cui da una parte c’è lo sguardo di un’autrice donna e dall’altro un autore spesso tacciato di maschilismo e varie, diremo che l’una rappresenta una femminilità piena, ricca di storie, arcaica. È Gela a dare la direzione dello sviluppo di Nico, con autorità e fermezza. Gela rappresenta con sicurezza un altro mondo, e si mostra con fierezza nella luce piena. L’altra, invece – la madre di Agostino –, rappresentata come lasciva, ambigua e sensuale, più che dare una direzione, abbandona, lascia soli, ferisce. D’altra parte, la mancata crescita di Agostino è segnata in maniera predominante da una mancata iniziazione sessuale con una prostituta. L’elemento sessuale, crudo e rivoltante che si trova in Moravia, diventa invece quasi favolistico e appena accennato nel racconto di Margherita. Un bacio rubato a labbra strette è tutto quel che Nico può concepire, ben lontano dagli impulsi violenti e malmostosi di Agostino.
C'è poi un ulteriore elemento che stringe i due racconti: il confronto con il branco dei coetanei. Il gruppo dei pari non è uno spazio di accoglienza ma un territorio nuovo e ostile, governato da leggi proprie di cui non si possiede il codice. Nico e Agostino si muovono tra attrazione e repulsione, tra bisogno di riconoscimento e astio. In entrambi i gruppi sono previste prove di coraggio, che assomigliano più ad umiliazioni crudeli, ed esplorazioni in luoghi lontani o abbandonati.
In ultima analisi, Gioia Mia si muove sulle stesse macerie dell'infanzia esplorate da Moravia, ma sceglie di ricostruire dove il romanzo decideva di lasciare le rovine a vista. Accostare Nico ad Agostino significa accorgersi di come la preadolescenza resti, a qualunque latitudine temporale, una terra di mezzo dolorosa e necessaria. Cambiano gli schermi, cambiano i dialetti e i paesaggi di sfondo, ma resta immutato quel momento esatto in cui ci si scopre fragili, impreparati e spogliati delle vecchie certezze.