Gioia Mia e il ritorno dell’Agostino Moraviano
L'esordio di Margherita Spampinato riscrive uno dei grandi romanzi di formazione italiani, trasformando il disorientamento in speranza

Raccontare una storia è sempre ri-raccontarla. Figurarsi se sullo schermo, quello rossonero di Netflix, arriva un film quasi sussurrato sull’inizio dell’adolescenza. Così, l’esordio di Margherita Spampinato, Gioia Mia, torna a calcare rotaie antiche e raccontare le rotture e le indecenze di un’età fragile che si ripete diversa-uguale per ciascuno di noi. Nico, figlio iper tecnologico del nostro buon secolo, viene catapultato nella casa fatta di rosari e serrande abbassate della zia Gela, nel cuore dell’estate palermitana. Oppositivo e annoiato, Nico non capisce il mondo che sta attraversando.
E Nico, ridotto in termini primi, senza telefono e wi-fi, ritorna ad essere l’Agostino moraviano: l’autore romano, più di ottant'anni fa, aveva cucito addosso al suo protagonista l’incapacità di comprendere il mondo circostante. Non occorre essere severi e particolarmente sorpresi se questi giovani sparuti finiscono con l’essere ritratti sempre come degli incapaci: è successo anche a noi. E qui c’è tutta la beltà di questo parallelo letterario-cinematografico: ci riguarda.
Entrambi, Nico e Agostino, non capiscono. E questo è il nostro punto di partenza. Le regole di un racconto presuppongono che ci sia un momento di rottura dell’ordine narrativo: e il loro avvedersi del non capire è la rottura dell’equilibrio preesistente e dell’infanzia. Seppur descritti e mostrati come bambini, i due – turbati e inquieti – mostrano i primi sintomi dell’adolescenza. In entrambi i casi, la loro inquietudine si proietta in estate. Sgombra e vuota, l’estate diventa il muro bianco dove piroettano le ombre lunghe dei primi pensieri adulti. Entrambi si trovano davanti un tempo vuoto e non ordinato, che permette loro di essere al di fuori di schemi rigidi. E l’essere lì li mette davanti a quel che saranno: e Agostino e Nico crescono. L’uno, nella pittorica estate della Versilia, dove la spiaggia appare palcoscenico di sfoggio borghese; l’altro, in una Sicilia antica e ancestrale.
A cambiare, però, è anche il modo in cui i due protagonisti guardano ciò che li circonda. Moravia costruisce uno sguardo continuamente ferito, incapace di decifrare i gesti degli adulti e per questo destinato a trasformare ogni scena in un enigma. Spampinato, invece, insiste maggiormente sul dettaglio quotidiano: gli oggetti della casa, i silenzi, i rituali della zia diventano strumenti attraverso cui Nico impara lentamente a leggere un mondo che inizialmente gli appare estraneo. In entrambi i casi, ciò che conta non è tanto ciò che accade, quanto il modo in cui l’esperienza modifica lo sguardo di chi la attraversa.




