Ossia brutta storia dei quartieri popolari in pasto ai borghesi
15 luglio 2026
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C’è una diva spaparanzata su una sedia di ferro battuto, all’angolo di un bel viale alberato, che sta facendo aperitivo. È nei pressi di Testaccio, ex quartiere popolare di Roma. Ex, perché di popolare non rimangono più nemmeno i prezzi degli aperitivi. La diva ha appena completato il percorso netto: mostra d’avanguardia nel multiforme spazio del Mattatoio, preceduta da un volo low cost che, dopo averla costretta su un sedile di tre centimetri per tre con le ginocchia sotto il mento, l’ha catapultata dall’altra parte del mondo, con buona pace del turismo sostenibile.
Ci sarebbe da ridire anche sul posticino in cui sorseggia il suo spritz aranciato. Lo stesso bar potrebbe trovarlo ovunque, in qualsiasi località su questa azzurrina palla globalizzata su cui giriamo come trottole. Poco distante, campeggia la serranda tirata giù di un ferramenta. Ci hanno disegnato su qualche simbolo poco chiaro e un “Lara ti amo”; dev’esser giù da parecchio. Forse, si dice la diva mentre spumeggia un’Iqos, è un’attività chiusa. Dal portone accanto esce una signora che ha l’età del cucco. Certo, perché comprare una casa a Testaccio, ex quartiere popolare, è un’impresa folle, e chi ha avuto la fortuna di nascere qualche tempo fa adesso si gode il suo desolato bottino d’oro, in un isolamento da riserva indiana tra un locale hipster e una galleria d’arte contemporanea.
Ma che è successo a Testaccio? Che è successo nei vecchi quartieri poveri, perché ora - nella maggior parte dei casi - sono colmi di novelli Pasolini che pasteggiano con tradizioni fatte formato discount? Questi luoghi, ci viene risposto, sono stati riqualificati. Riqualificazione urbana: azione che nasce da uno studio dell’area, dal contesto e delle dinamiche sociali, coerente con l’immagine dell’ambiente e con lo sviluppo territoriale e che dialoga con quello che, su quel territorio, c’era prima.
L’arte è una delle forme per eccellenza della riqualificazione; in grado di riattivare degli spazi e aumentare la percezione della sicurezza, questa solitamente genera nuove dinamiche economiche e turistiche. Appunto, nuove dinamiche; è come tirare giù la tessera di un lungo domino: e alla fine arrivano le scintillanti classi medio-alte pronte a fagocitare uno spazio nuovo di zecca, uno spazio che era stato popolare, così da darsi - che non guasta mai - anche un leggero contegno bohemien.
Nel 1964, per la prima volta, Ruth Glass aveva parlato di gentrificazione, ossia la borghesizzazione dei quartieri popolari. Gli effetti collaterali di questo male sono svariati: espulsione dei residenti locali, chiusura di attività storiche, nascita di una cultura transitoria e consolidamento di un’identità finta, puramente performativa. Il mercato immobiliare si impenna, il costo della vita raddoppia. Insomma, non è un Paese per poveri. E neanche i quartieri lo sono più.
È chiaro che la realtà non sia più - solamente - una guerra di ricchi e poveri, ma una serie di guerre concatenate, e che spesso la stratificazione sociale sia molto più complessa di così. È chiaro che spesso i figli degli stessi residenti partecipano allo storto level up di alcuni quartieri, vendendo a peso d’oro abitazioni comprate, al tempo, con i punti del supermercato; ma non è questo il punto della nostra questione.
L’arte, un tempo l’urlo vandalico e clandestino, è diventata, nella maggior parte dei casi - il primo peccato capitale è fare di tutta l’erba un fascio -, il comodo correttore per amministrazioni che stentano a gestire la rete fognaria e il passaggio di un autobus; figurarsi a creare rigenerazioni che siano a sostegno dei locali, delle attività territoriali, dei giovani che cercano casa. Così si celebra un nuovo feticcio proletario senza il fastidio di dover incrociare il proletariato vero, felicemente deportato venti chilometri più in là, oltre il Grande Raccordo Anulare. La diva al tavolino spegne l’Iqos, lascia dodici euro di spritz sul ferro battuto e si avvia verso il prossimo vernissage. Il ferramenta sotto casa ha chiuso, il panettiere ha traslocato a Guidonia, ma in compenso la facciata del palazzo è a prova di scatto.