Gli effetti dei cambiamenti climatici non si misurano più soltanto col termometro, con la conta dei danni causati dalla siccità o da fenomeni meteo estremi. Si misurano sempre più anche nell’estratto conto a fine mese, e non si tratta soltanto del caro energia dovuto all’uso dei condizionatori.
Frutta, verdura, olio, ma anche servizi e assicurazioni costano di più a causa dei cambiamenti climatici, per effetto di un fenomeno che gli economisti hanno iniziato a studiare negli ultimi anni e che hanno già battezzato “climateflation”. È una forma di inflazione provocata da un clima sempre più estremo: dopo l’ondata di rincari del 2022 legata alla guerra in Ucraina e quella – pur più contenuta – di inizio 2026 per il conflitto in Iran, a entrare stabilmente nel costo finale di beni e servizi potrebbe essere il conto salato del meteo, tra calo della produttività, minore offerta, interruzioni della logistica e maggior consumo di energia, soprattutto d’estate.
Secondo uno studio pubblicato su Communications Earth & Environment di Nature e condotto in 121 Paesi tra il 1996 e il 2021, temperature più alte determinano un aumento dei prezzi alimentari e dell’inflazione, con effetti persistenti fino a 12 mesi. Lo stesso studio stima che l’estate estrema del 2022 abbia aumentato l’inflazione alimentare in Europa fino a quasi un punto percentuale. Entro il 2035 il riscaldamento globale potrebbe aggiungere ogni anno fino a oltre 3 punti all’inflazione alimentare. Tradotto: se il clima continuerà a scaldarsi, un’estate estrema come quella del 2022 peserà ancora di più sul carrello della spesa.
Sono poi almeno quattro le aree interessate dalla “climateflation”: non solo il settore alimentare e quello energetico, ma anche la produttività del lavoro e la tenuta delle catene logistiche. In Europa, negli ultimi mesi sotto la morsa del caldo, la BCE stima che un aumento di 1 °C della temperatura media mensile in estate faccia salire l’inflazione degli alimentari non trasformati di circa 0,1-0,2 punti percentuali nel primo anno nei quattro maggiori Paesi dell’eurozona (Francia, Italia, Spagna e, in misura minore, Germania).
Per la BCE il problema è doppio: il clima rende l’inflazione più volatile e aumenta le disuguaglianze all’interno della stessa area monetaria. Nel nostro Paese, più nello specifico, la Banca d’Italia evidenzia come gli effetti di un clima stravolto possano da una parte ridurre alcuni costi energetici in inverno, grazie a temperature più miti, ma dall’altra spingere verso l’alto i prezzi estivi, tra costi del raffrescamento negli uffici e negli stabilimenti e problemi di produttività. Tra gli effetti più rilevanti ci sono blackout e allagamenti della rete stradale.
Il nodo della produttività riguarda tanto le imprese quanto la crescita complessiva. Secondo Allianz Research, una giornata di caldo estremo sopra i 32 °C può avere, in termini economici, un impatto paragonabile a mezza giornata di sciopero, soprattutto nei settori più esposti al lavoro fisico e all’aperto. A 32 °C la capacità di svolgere lavoro fisico può ridursi di circa il 40%, mentre a 38 °C il calo può arrivare a circa due terzi. Su scala macroeconomica, le ondate di calore possono sottrarre fino a 0,5 punti di PIL all’Europa, 0,6 agli Stati Uniti e 1 alla Cina. Per l’Italia il conto è più pesante: in questo scenario, il ripetersi di anni di caldo estremo tra il 2026 e il 2030 potrebbe tradursi in una perdita cumulata di circa 126 miliardi di euro di prodotto interno lordo.
L’adattamento ai cambiamenti climatici dovrà quindi passare, nei prossimi decenni, anche attraverso politiche economiche capaci di mitigare la “climateflation”, investendo nelle reti elettriche, nell’efficientamento energetico dei siti produttivi e nell’adattamento delle infrastrutture. Altrimenti il rischio è che la “climateflation” si trasformi da fenomeno episodico a componente strutturale dell’economia europea, comprimendo crescita e produttività, soprattutto in Italia.