Trump e Xi Jinping. Xi Jinping e Putin. I recenti incontri a Pechino tra i leader delle due storiche superpotenze globali con il presidente cinese hanno messo in mostra, ancora una volta, quanto il ruolo del Dragone stia diventando sempre più centrale non solo sul piano geopolitico e militare, ma anche su quello delle filiere produttive.
Ad accompagnare The Donald a metà maggio sono stati, infatti, anche Elon Musk di Tesla, Tim Cook di Apple, Jensen Huang di Nvidia, Kelly Ortberg della Boeing e altri magnati di diversi settori, dal tech all’aviazione, dalla finanza all’AI. Durante il loro vertice, Trump e Xi hanno sicuramente parlato di Medio Oriente e dell’annosa questione di Taiwan, ma soprattutto di commercio, dazi, terre rare e catene produttive. Segno tangibile che la Cina può e deve essere comunque un competitor con cui dialogare, come ricordato dallo stesso leader cinese.
Pochi giorni dopo, è stata la volta di Putin alla corte di Xi Jinping. Anche in questo caso, oltre ai dossier su Iran e Ucraina, i due leader hanno parlato a lungo di economia: gasdotti verso la Cina, tecnologia militare e cooperazione strategica.
Pechino è diventata ormai un crocevia fondamentale per i commerci globali, tra terre rare, componenti tecnologiche, batterie e anche farmaci. La Cina è cresciuta sempre di più non solo grazie alle sue capacità produttive, ma anche per via della sua gestione delle filiere, diventando un vero e proprio “collo di bottiglia” da non sottovalutare rispetto all’ormai celebre Stretto di Hormuz.
Sul fronte delle terre rare, fondamentali per l’industria tecnologica globale, la Cina controlla circa il 70% della loro estrazione, l’85% della loro raffinazione e separazione. Nell’epoca della transizione ecologica e del Green Deal europeo – pur ridimensionato dopo la vittoria di Trump alle presidenziali del 2024 – è impensabile fare a meno delle terre rare cinesi anche per il settore energetico. I motori delle auto elettriche usano magneti al neodimio, così come le turbine eoliche. Per non parlare poi del settore militare, di recente al centro del dibattito europeo sull’opportunità o meno di una difesa comune, tra disimpegno delle truppe americane nel Vecchio Continente e minacce sempre più pressanti che arrivano da est. Radar, sonar, sistemi antimissile, satelliti e droni sarebbero impensabili senza questo tipo di materiali.
Insomma, il coltello dalla parte del manico ce l’ha Pechino. Ma se l’estrazione e la raffinazione delle terre rare sono in mano al Dragone, c’è un altro collo di bottiglia che in pochi vedono: quello dei magneti permanenti, che permettono di trasformare l’energia elettrica in movimento e viceversa in modo molto efficiente. Pechino non si limita quindi a estrarre e lavorare le terre rare, ma domina anche la fase successiva della filiera, quella che porta alla produzione dei magneti utilizzati nei motori elettrici, nelle turbine, nei robot industriali e in numerosi sistemi militari. Secondo diverse stime, oltre il 90% dei magneti permanenti alle terre rare viene prodotto in Cina. Un primato meno noto rispetto a quello sulle materie prime, ma probabilmente ancora più rilevante dal punto di vista strategico.
La stessa logica si ritrova nel settore delle batterie, uno dei pilastri della transizione energetica. Il dibattito pubblico si concentra spesso sul litio e sulle miniere sudamericane, ma il vero vantaggio competitivo cinese si trova ancora una volta nella capacità di trasformazione industriale. Secondo l’International Energy Agency, la Cina controlla circa l’85% della capacità produttiva mondiale delle celle per batterie agli ioni di litio e domina quasi tutti i segmenti della filiera. Nel 2022 produceva l’85% degli anodi globali, l’82% degli elettroliti, il 74% dei separatori e il 70% dei catodi, cioè i principali componenti che compongono una batteria moderna. Non si tratta quindi soltanto di accesso alle materie prime, ma del controllo delle tecnologie, degli impianti e delle competenze necessarie per trasformarle in prodotti industriali. È questo il motivo per cui anche molti produttori occidentali di auto elettriche continuano a dipendere da fornitori cinesi o da stabilimenti costruiti con tecnologia cinese.
Un’altra dipendenza meno visibile riguarda il settore farmaceutico. Negli ultimi vent’anni una parte crescente della produzione mondiale di principi attivi farmaceutici, gli API, è stata trasferita in Asia, soprattutto tra Cina e India. Secondo i dati richiamati dalla Critical Medicines Alliance della Commissione europea, tra il 60% e l’80% dei principi attivi utilizzati nei medicinali venduti in Europa proviene oggi da Cina e India, mentre circa il 40% dei farmaci finiti commercializzati nell’Unione dipende da queste catene di approvvigionamento. All’inizio degli anni Duemila, l’Europa rappresentava oltre la metà della produzione mondiale di principi attivi; nel giro di due decenni la sua quota si è dimezzata, mentre gran parte della capacità produttiva si è spostata in Asia.
La pandemia di Covid-19 ha reso evidente questa vulnerabilità, ma il problema riguarda anche la normalità. Antibiotici, antipiretici, farmaci oncologici e medicinali generici a basso costo dipendono spesso da un numero ristretto di fornitori concentrati in pochi Paesi. Secondo alcune analisi europee, circa due terzi delle carenze di medicinali registrate tra il 2023 e il 2024 hanno riguardato prodotti con meno di cinque fornitori disponibili sul mercato. In altre parole, basta un’interruzione produttiva, una crisi geopolitica o un blocco logistico per generare rapidamente carenze lungo tutta la filiera. La sicurezza sanitaria, come quella energetica, è diventata ormai una questione di geografia industriale.