“L’essenziale è invisibile agli occhi”: la rete sommersa che collega il pianeta
Il fondo del mare è la nuova frontiera di guerra: come i cavi sottomarini sono diventati il bersaglio perfetto della geopolitica


Il fondo del mare è la nuova frontiera di guerra: come i cavi sottomarini sono diventati il bersaglio perfetto della geopolitica

Novantanove per cento. È la quota del traffico dati intercontinentale che scorre ogni giorno attraverso i cavi in fibra ottica posati sul fondo degli oceani. Non i satelliti, non le onde radio: cavi. Sottili come un tubo dell’acqua, invisibili, distribuiti lungo 1,3 milioni di chilometri di fondale. Senza di loro, non esisterebbero le transazioni finanziarie globali in tempo reale, non esisterebbero le comunicazioni tra i comandi militari alleati, non esisterebbe internet come lo conosciamo. Eppure, per decenni questi oggetti sono stati trattati come infrastrutture passive, neutrali, fuori dalla storia. Quel tempo è finito.
Una rete invisibile che regge il mondo
Il primo cavo telegrafico transatlantico fu posato nel 1858. Da allora la tecnologia è cambiata radicalmente, ma la logica no: collegare due punti attraverso il mare è più veloce, più stabile e più capiente di qualsiasi alternativa aerea o spaziale. Oggi la rete globale conta circa 550 cavi attivi, ancorati al fondale spesso a profondità superiori ai tremila metri. La loro geografia riflette la geografia del potere economico, con nodi principali lungo le coste degli Stati Uniti, nel nord Europa, in Giappone, a Singapore. Ma i punti più vulnerabili sono i chokepoint: lo Stretto di Malacca, il Canale di Suez, il Mar Baltico. Aree dove un singolo incidente può interrompere comunicazioni che coinvolgono miliardi di persone.
Accanto ai cavi dati, il fondale ospita gasdotti e cavi elettrici. Oggetti diversi, stessa vulnerabilità strutturale: giacciono sul fondale, non hanno guardie, e danneggiarli richiede meno risorse di quante ne servano per difenderli.
Il sabotaggio come strumento di politica
Il settembre 2022 ha segnato uno spartiacque. Il sabotaggio di Nord Stream, ancora oggi senza attribuzione ufficiale, nonostante le indagini delle autorità tedesche, ha dimostrato una cosa semplice: si può colpire un’infrastruttura critica sottomarina senza lasciare prove sufficienti a innescare una risposta diplomatica o militare proporzionata. Quella zona grigia tra la certezza e il sospetto è diventata uno spazio di manovra strategica.
Da quel momento, la serie di incidenti nel Mar Baltico ha assunto una cadenza che rende impossibile l’interpretazione casuale. Nell’ottobre 2023 vengono danneggiati il gasdotto Balticconnector e due cavi di comunicazione tra Finlandia ed Estonia. Nel novembre 2024, altri due cavi vengono recisi: il C-Lion1, tra Finlandia e Germania, e il BCS East-West Interlink tra Lituania e Svezia. Il 25 dicembre 2024, la petroliera Eagle S, battente bandiera delle Isole Cook, recide l’Estlink 2 e altri quattro cavi nel Golfo di Finlandia. Il metodo è sempre lo stesso: le navi trascinano l’ancora per decine, a volte centinaia di chilometri di fondale. Nel caso della Newnew Polar Bear che ha danneggiato Balticconnector, la nave aveva trascinato l’ancora per circa 180 chilometri, e l’ancora stessa fu recuperata sul fondale nelle vicinanze. La nave invece venne fotografata nel porto russo di Arcangelo con l’ancora di babordo mancante. Il costo dell’operazione è irrisorio, quello della riparazione è nell’ordine dei milioni.
In questo scenario, occupa un ruolo di primo piano la “flotta ombra” russa: centinaia di navi mercantili e petroliere che operano sotto bandiere di comodo, nate per aggirare le sanzioni petrolifere e ora trasformate in uno strumento polivalente di guerra ibrida. L’ambiguità è parte integrante del progetto: nessun atto è abbastanza definitivo da giustificare una risposta militare, ma la somma degli atti erode la resilienza degli avversari.
Il nodo del diritto internazionale
Dimostrare chi ha reciso un cavo sul fondo del mare è tecnicamente difficile e politicamente complicatissimo. E anche quando l’attribuzione è ragionevolmente certa, trasformarla in una risposta concreta si scontra con i limiti della Convenzione di Montego Bay: al di fuori delle eccezioni tassativamente previste dall’art. 110 UNCLOS, tra cui pirateria, tratta degli schiavi e assenza di bandiera valida, uno Stato non può fermare né abbordare una nave straniera in alto mare o nelle zone economiche esclusive. Svezia e Finlandia hanno potuto agire solo chiedendo alle navi sospette di entrare nelle acque territoriali. Se avessero rifiutato, sarebbero state intoccabili.
Questa asimmetria legale è una delle ragioni per cui la guerra ibrida sottomarina è così attraente per chi la pratica. Non richiede sofisticazione tecnologica, non espone apertamente il proprio Stato, e si colloca in uno spazio normativo dove le democrazie liberali faticano ad agire con la stessa disinvoltura degli avversari.
La competizione tra grandi potenze
La dimensione baltica è la più visibile, ma non è l’unica. Gli Stati Uniti hanno progressivamente escluso le aziende cinesi dal settore della posa e manutenzione dei cavi: chi posa un cavo conosce il percorso esatto, può installare dispositivi di intercettazione e sa dove colpire in caso di conflitto. Huawei Marine Networks è stata di fatto bandita dai progetti occidentali. Aziende come SubCom (americana) e Alcatel Submarine Networks (francese) dominano il mercato nei Paesi alleati, mentre la Cina sviluppa la propria rete parallela verso Africa, Asia meridionale e Pacifico.
In questo scenario, le grandi aziende tecnologiche sono diventate operatori di infrastrutture strategiche globali al fianco degli Stati. Meta, Google e Microsoft posseggono o co-finanziano oggi una quota rilevante dei cavi mondiali. Il progetto 2Africa di Meta, lungo oltre 45.000 chilometri, è emblematico di questa nuova dinamica. La domanda geopolitica rimane irrisolta: quando un cavo privato trasporta traffico pubblico strategico, chi ne risponde?
Le risposte: NATO, Europa e Italia
Una risposta istituzionale occidentale è arrivata, ma con ritardo e con limiti evidenti. Il 14 gennaio 2025, al Baltic Sea Allies Summit di Helsinki, il Segretario Generale NATO Mark Rutte ha annunciato il lancio di Baltic Sentry, una missione militare dedicata alla protezione delle infrastrutture critiche sottomarine nel Mar Baltico. Ma i limiti operativi restano: i sonar NATO rilevano sottomarini militari, non sabotaggi con l’ancora sul fondale. A ciò si aggiunge la difficoltà tecnica di operare a grandi profondità e i costi elevati delle operazioni.
Sul fronte europeo, nel febbraio 2025 la Commissione ha presentato un action plan sulla sicurezza dei cavi sottomarini articolato su quattro pilastri: prevenzione, rilevamento, risposta e deterrenza. A febbraio 2026 è seguita la Cable Security Toolbox, con 347 milioni di euro stanziati nel programma CEF Digital e l’istituzione di una flotta comune europea per la riparazione dei cavi danneggiati. L’obiettivo dichiarato è ridurre a pochi giorni i tempi di ripristino, che oggi possono superare le tre settimane.
L’Italia, con 8.000 chilometri di coste e una posizione centrale nel Mediterraneo, è un nodo naturale per i cavi che collegano Europa, Africa e Medio Oriente. A gennaio 2026 è stata approvata la legge che istituisce l’Agenzia per la sicurezza delle attività subacquee, con competenze di monitoraggio, pianificazione delle emergenze e coordinamento con le autorità militari. Il Polo Nazionale della Dimensione Subacquea, inaugurato a La Spezia nel 2023, sta sviluppando tecnologie di sorveglianza dei fondali in collaborazione tra industria e Marina Militare. Sono passi nella direzione giusta, ma la distanza da colmare rimane considerevole.
Cosa ci portiamo da tutto questo
Il paradosso fondamentale rimane intatto: le infrastrutture più critiche per il funzionamento dell’economia globale sono anche le meno protette. Costruire un cavo richiede anni e centinaia di milioni di dollari. Tagliarlo richiede una nave e qualche ora. Il fondo del mare è diventato un dominio strategico a pieno titolo, accanto allo spazio e al cyberspazio. Le potenze che già vi operano, Russia e Cina in testa, lo hanno capito da tempo. L’Occidente sta cercando di recuperare il ritardo, ma la posta in gioco è alta e il tempo stringe.