Con i suoi punti percentuali, il leader di Futuro Nazionale potrebbe ridisegnare gli equilibri del centrodestra
15 luglio 2026
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C’è un convitato di pietra che aleggia sulla discussione interna al centrodestra e che rischia di condizionare la prossima legislatura ancora prima che venga fissata la data delle elezioni politiche. Il generale Roberto Vannacci, con il suo nuovo partito Futuro Nazionale, rappresenta oggi una delle variabili più insidiose per Giorgia Meloni.
Il problema, per la presidente del Consiglio, non è tanto il peso attuale dell’ex militare, quanto quello potenziale. I sondaggi più recenti attribuiscono, infatti, a una eventuale lista autonoma guidata dal generale una consistenza che oscilla attorno al 4%, con alcuni istituti che registrano una tendenza alla crescita. Una percentuale apparentemente modesta, ma che nell’attuale sistema elettorale potrebbe trasformarsi in un fattore decisivo per l’esito della partita.
Le regole del gioco
È qui che entra in gioco il Rosatellum, la legge con cui l’Italia vota dalle Politiche del 2018. Un sistema misto che assegna circa un terzo dei seggi attraverso collegi uninominali e il resto con metodo proporzionale. In questo schema la coesione delle coalizioni è fondamentale: basta, difatti, che una forza politica sottragga pochi punti percentuali a uno schieramento per determinare la perdita di decine di collegi contendibili.
Tradotto in termini politici: se Vannacci si presentasse da solo e fuori dalla coalizione di centrodestra, quei voti arriverebbero in larga parte da Fratelli d’Italia, Lega e dall’area conservatrice. Il risultato sarebbe una dispersione di consenso che potrebbe consegnare al cosiddetto “campo largo” di Elly Schlein e Giuseppe Conte molti dei collegi oggi considerati in bilico: un’eventualità che a Palazzo Chigi osservano con crescente attenzione.
Il paradosso del generale
La figura di Vannacci rappresenta un paradosso per il centrodestra. Da una parte è un concorrente potenzialmente pericoloso. Dall’altra è un alleato quasi obbligato.
La sua crescita politica nasce, infatti, nello stesso bacino elettorale della coalizione che governa il Paese. I temi dell’identità nazionale, dell’immigrazione, della critica al politicamente corretto e della sicurezza sono gli stessi che hanno alimentato l’ascesa della destra negli ultimi anni. Vannacci si propone, però, in una versione più radicale, meno istituzionale e più vicina alle pulsioni identitarie in cui gran parte dell’elettorato di destra si riconosce.
Per questo motivo, una sua corsa autonoma rischierebbe di produrre un effetto devastante, soprattutto nei collegi uninominali. Non servirebbe il raggiungimento di percentuali a doppia cifra. Sarebbe sufficiente un 3 o 4% concentrato nel campo conservatore per spostare l’esito di numerose sfide.
I calcoli che circolano tra gli esperti elettorali del centrodestra sono piuttosto semplici. In molti collegi del Nord e del Centro la differenza tra vittoria e sconfitta si misura in pochi punti percentuali. Se una lista vannacciana sottraesse voti all’alleanza senza entrarvi, il vantaggio accumulato dalla coalizione negli ultimi anni potrebbe evaporare rapidamente.
La tentazione dello Stabilicum
In questo contesto va letta la discussione sulla riforma elettorale che da mesi anima i corridoi della maggioranza. Il progetto dello “Stabilicum” allo studio del Parlamento avrebbe come obiettivo dichiarato quello di garantire maggiore governabilità e stabilità agli esecutivi. Tradotto: ridurre il potere di ricatto dei partiti minori.
L’ipotesi allo studio prevede una forte riduzione del peso dei collegi uninominali o, addirittura, la loro eliminazione a favore di un sistema prevalentemente proporzionale, corretto da un premio di maggioranza. In uno scenario simile, il 4% di Vannacci continuerebbe ad avere un valore parlamentare significativo, ma non sarebbe più in grado di determinare la sorte di decine di collegi.
In altre parole, il generale potrebbe ottenere una pattuglia di parlamentari senza, però, trasformarsi nell’ago della bilancia dell’intero sistema.
Per Meloni sarebbe un cambiamento cruciale. Con il Rosatellum la leader di Fratelli d’Italia rischia di trovarsi costretta a negoziare un accordo elettorale con Vannacci per evitare la sconfitta. Con lo Stabilicum, invece, avrebbe margini molto più ampi per decidere se includerlo o meno nell’alleanza.
Non è un caso che nella maggioranza si punti ad accelerare il percorso della riforma. L’obiettivo che viene indicato da diversi esponenti parlamentari è arrivare all’approvazione entro settembre, in modo da mettere al riparo il sistema politico da sorprese dell’ultima ora.
Il dilemma di Meloni
Anche qualora la nuova legge elettorale vedesse la luce, il problema politico non scomparirebbe. Perché Vannacci non è soltanto una questione aritmetica. È anche una questione identitaria.
La premier si trova, infatti, stretta tra due esigenze opposte. Da una parte deve preservare il profilo istituzionale che ha costruito da quando è arrivata a Palazzo Chigi. Dall’altra non può permettersi di perdere il contatto con quell’elettorato più radicale che rappresenta ancora una componente importante del consenso della destra.
Un’alleanza con Vannacci garantirebbe, probabilmente, una maggiore compattezza elettorale. Consentirebbe di evitare dispersioni di voto e di neutralizzare un concorrente scomodo. Ma comporterebbe anche un costo politico.
Accoglierlo significherebbe riconoscere spazio e legittimità a una visione che continua a esercitare una forte attrazione su una parte dell’elettorato conservatore, spesso critico nei confronti dello stesso governo.
L’ingresso del generale nella coalizione, inoltre, renderebbe inevitabile una trattativa su candidature, programmi e visibilità. E, soprattutto, riporterebbe al centro del dibattito temi e toni che Meloni, impegnata a consolidare la propria credibilità internazionale, tende spesso a gestire con maggiore prudenza.
Tenere Vannacci fuori dall’alleanza, invece, permetterebbe alla premier di preservare una linea più moderata e governativa. Ma il rischio sarebbe quello di favorire indirettamente gli avversari.
L’incognita del campo largo
La vera ragione dell’attenzione con cui il centrodestra segue il fenomeno Vannacci sta, però, dall’altra parte dello schieramento.
Se il centrosinistra dovesse riuscire a presentarsi unito, o quantomeno competitivo, il peso di ogni singolo punto percentuale aumenterebbe enormemente.
Negli ultimi mesi Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno alternato fasi di scontro e tentativi di dialogo. Ma il dato politico rilevante è che la prospettiva di un accordo elettorale tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle a oggi è pressoché una certezza. E in presenza di una coalizione progressista sufficientemente larga, la dispersione del voto conservatore diventerebbe un lusso che il centrodestra non potrebbe permettersi.
Per questo, nei ragionamenti della maggioranza, la variabile Vannacci viene ormai analizzata non come un fenomeno marginale, ma come uno dei fattori che potrebbero decidere la prossima competizione politica.
Una partita ancora aperta
A oggi nessuno può dire quale sarà la scelta finale di Giorgia Meloni. Molto dipenderà dall’evoluzione dei sondaggi, dall’effettiva consistenza elettorale del generale e, soprattutto, dall’esito della riforma elettorale.
Se lo Stabilicum dovesse essere approvato, la premier potrebbe permettersi una maggiore autonomia e valutare se tenere Vannacci ai margini della coalizione. Se, invece, il Rosatellum dovesse restare in vigore, la matematica dei collegi rischierebbe di imporre una soluzione diversa.
Il punto è che il generale rappresenta una minaccia proprio perché non è ancora pienamente misurabile. Troppo forte per essere ignorato, troppo piccolo per essere determinante da solo, abbastanza competitivo, però, da cambiare il destino di decine di seggi.
È questa la vera incognita che inquieta il centrodestra. Non tanto capire quanto vale oggi Roberto Vannacci, ma quanto potrebbe costare domani decidere di farne a meno.