Un brindisi anticipato, si direbbe. Il Parlamento ha approvato le pre-intese sull’autonomia differenziata per Lombardia, Veneto, Liguria e Piemonte e da Palazzo Chigi il messaggio è arrivato forte e chiaro: la riforma è avviata, la strada è tracciata. Le materie sul tavolo sono protezione civile, professioni, previdenza complementare e tutela della salute, quest'ultima blindata da un richiamo al coordinamento della finanza pubblica. Peccato che, spogliata della retorica del primo storico passo, la realtà dei fatti dica che siamo ancora all'antipasto di un percorso che potrebbe ancora rivelarsi indigesto.
Le pre-intese, va ricordato, non spostano una virgola di potere da Roma alle Regioni. Sono atti di indirizzo politico, promesse scritte su carta intestata parlamentare, che impegnano il Governo a proseguire la trattativa fino alle intese vere e proprie. Solo allora il Consiglio dei ministri potrà confezionare quattro disegni di legge, uno per Regione, da rispedire alle Camere entro 45 giorni. Ed è qui che si consuma il paradosso più interessante di tutta l’operazione: quando i testi torneranno in Aula, deputati e senatori non potranno toccarli. Nessun emendamento, nessuna mediazione parlamentare. Solo un sì o un no secco, perché nel frattempo l’accordo vero sarà già stato chiuso altrove, nei tavoli bilaterali tra Governo e Regioni. Il Parlamento, insomma, rischia di ritrovarsi spettatore della propria stessa riforma.
Il redde rationem dei LEP
Se c’è un terreno su cui l’autonomia rischia di incagliarsi, è quello - apparentemente arido, in realtà esplosivo - dei Livelli Essenziali delle Prestazioni. La Consulta ha già messo le mani avanti: l’autonomia non può allargare la forbice tra territori né intaccare l’uguaglianza dei diritti. Tradotto: prima di trasferire competenze, bisogna quantificare fabbisogni standard e meccanismi di perequazione. È il passaggio su cui, storicamente, ogni tentativo di regionalismo differenziato ha rischiato di arenarsi, e non è un caso che se ne parli da un quarto di secolo senza che nessuno sia mai arrivato in fondo.
Chi ha buona memoria, del resto, ricorderà che le prime intese furono firmate nel 2018, governo Gentiloni, protagoniste Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Di quella stagione è rimasto solo l’archivio: la legislatura si chiuse prima che si arrivasse a un testo di legge: monito da tenere a mente ogni volta che si annuncia la svolta definitiva.
Nella maggioranza, coltelli (quasi) sguainati
Se gli scogli tecnici bastano da soli a far tremare i polsi, quelli politici promettono di essere anche più insidiosi. L’autonomia è da sempre il vessillo identitario della Lega, la ragion d’essere del leader Matteo Salvini in questa legislatura. Fratelli d’Italia guarda altrove, con la riforma elettorale in cima all’agenda. Le tensioni emerse nelle ultime settimane dentro la coalizione - la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze durante l’esame della legge elettorale ha lasciato scorie evidenti - hanno acceso più di un retroscena su un possibile contraccolpo anche sul dossier autonomia. Sull’altro fronte, le opposizioni non hanno intenzione di abbassare i toni. Il voto alla Camera si è consumato in un’aula rovente, tra cartelli di protesta e l’affondo della segretaria del Pd Elly Schlein, che ha bollato l’esecutivo come il più antimeridionalista della storia repubblicana.
L’incognita che nessuno controlla
E poi c’è la variabile che sfugge a qualsiasi calcolo tecnico o mediazione politica: la tenuta stessa della legislatura. Se il percorso dovesse interrompersi prima del traguardo, i disegni di legge ancora pendenti decadrebbero con lo scioglimento delle Camere - esattamente come accadde nel 2018 - lasciando al nuovo Parlamento la scelta se riprendere il progetto, riscriverlo o seppellirlo. Molto dipenderebbe dai rapporti di forza usciti dalle urne: una maggioranza affine a quella attuale potrebbe rilanciare, un Parlamento diverso potrebbe azzerare tutto.
Il traguardo, più lontano di quanto sembri
L’autonomia differenziata vive oggi il suo momento più ingannevole: quello in cui sembra fatta, ma non lo è affatto. Il principio politico ha incassato il primo via libera; la sostanza resta tutta da costruire. È il rovescio della medaglia che il racconto ufficiale tende a lasciare in ombra: il voto sulle pre-intese non chiude la partita, la apre. E tra l’annuncio trionfale di oggi e il trasferimento effettivo di competenze a Lombardia, Veneto, Liguria e Piemonte, la strada resta lastricata di condizionali - tecnici, finanziari e, soprattutto, politici.