C’è una parola che più delle altre agita l’opinione pubblica israeliana: “sicurezza”. La sicurezza che non accada più un 7 ottobre 2023, che Hezbollah e Hamas non rappresentino ancora una minaccia per il Paese e che la guerra contro l’Iran possa essere archiviata come un successo politico concreto. Ipotesi, quest’ultima, ancora lontana dalla realtà tanto per Washington quanto per Gerusalemme.
Il prossimo 27 ottobre i cittadini israeliani saranno chiamati alle urne per rinnovare la Knesset, il parlamento nazionale. E proprio come in Italia, dalle elezioni politiche dipenderà anche la nomina del nuovo primo ministro, che potrebbe non essere più Benjamin Netanyahu. Le elezioni arrivano infatti dopo il massacro di Hamas al festival musicale Supernova tre anni fa – quello che causò 344 vittime civili e 44 ostaggi portati con la forza nella Striscia di Gaza –, dopo la guerra contro Hamas sfociata, secondo la Commissione d’inchiesta ONU, in un genocidio con oltre 70mila vittime, e dopo il conflitto contro Tehran iniziato a fine febbraio. Tutti eventi che hanno profondamente cambiato lo scenario geopolitico del Medio Oriente.
Per il premier Netanyahu, destinatario di un mandato della Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, gli ultimi anni sono stati all’insegna del crescente isolamento sul piano internazionale, con sempre più Paesi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina e stigmatizzato il suo operato e quello di alcuni suoi ministri, in primis il paladino dell’ultradestra Ben-Gvir. Non sono però i dossier internazionali a dominare il dibattito pubblico in Israele, ma questioni interne più nello specifico: capire come e se si sarebbe potuto evitare il 7 ottobre, in che modo combattere i terroristi che minacciano l’esistenza stessa del Paese e quale declinazione dare al termine “sicurezza”. Poco importa anche delle violenze commesse dai coloni in Cisgiordania.
I due principali volti della competizione per la guida del prossimo governo saranno quindi Benjamin Netanyahu, con il partito di destra Likud, e Gadi Eisenkot, con la formazione centrista Yashar. La destra radicale di Itamar Ben-Gvir, così come gli ultraortodossi del partito Shas e la sinistra sionista di Yair Golan, avranno invece un ruolo meno centrale nella sfida politica diretta, ma potrebbero risultare decisivi nella formazione di una maggioranza parlamentare.
Sul 7 ottobre, l’attuale premier è accusato di aver fallito nel prevenire l’attacco e di non aver gestito correttamente il fronte aperto con Hamas. Ci sono però due elementi che può rivendicare in modo più favorevole nell’ultimo anno, almeno dal punto di vista della propaganda: aver agito contro l’Iran dopo aver accusato per anni Tehran di voler realizzare la bomba atomica, e la tregua con il Libano firmata a giugno scorso legata al progressivo disarmo di Hezbollah. Ma se gli Stati Uniti, storicamente, hanno sempre sostenuto lo Stato d’Israele, negli ultimi mesi non sono mancate telefonate di fuoco della Casa Bianca contro Bibi, che spinto proprio dal tema della sicurezza ha continuato le operazioni militari nel sud del Libano mentre gli USA provavano a uscire dal pantano di Hormuz, con in più gli Houthi dello Yemen che minacciavano di chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb. Non esattamente l’endorsement sperato da Netanyahu.
Gadi Eisenkot, invece, è il capofila del centro securitario anti-Netanyahu. Ex capo di stato maggiore dell’IDF tra il 2015 e il 2019, dopo il 7 ottobre 2023 è entrato nel governo di unità nazionale e nel gabinetto di guerra, prima di lasciarlo nel giugno 2024. Oggi è il leader di Yashar e può costruire contro Netanyahu una critica particolarmente pericolosa proprio grazie alle sue credenziali militari: Israele deve continuare a essere duro con Hamas, Hezbollah e Iran, ma il problema è la leadership politica che ha fallito nella prevenzione del 7 ottobre e non ha sempre trasformato la superiorità militare in risultati strategici. Senza contare che, stando ai sondaggi di giugno scorso, il 73% degli israeliani si fiderebbe dell’IDF, contro il 25% del governo e il 31% di Netanyahu come leader.
Ma la partita non si esaurisce nel duello tra Netanyahu ed Eisenkot. La Knesset è un parlamento monocamerale composto da 120 seggi, con soglia di sbarramento al 3,25%. La coalizione vincitrice deve riuscire a conquistare almeno 61 seggi per governare. Quindi anche le formazioni più piccole possono cambiare gli equilibri. I partiti religiosi Shas e Yahadut HaTorah restano essenziali per qualsiasi maggioranza di destra, anche se il nodo della leva obbligatoria per gli ultraortodossi rischia di complicare i rapporti con il Likud. Ben-Gvir e Smotrich, invece, potrebbero ottenere un peso politico superiore ai loro numeri se Netanyahu avesse bisogno dei loro seggi per superare la soglia. Sul fronte opposto, Liberman, Bennett e Lapid possono allargare il campo anti-Netanyahu, mentre la sinistra sionista e i partiti arabi potrebbero diventare indispensabili per completare una maggioranza alternativa.
Ed è proprio qui che la matematica può incepparsi. Se Netanyahu non riuscisse a ricostruire un blocco da 61 seggi e l’opposizione non trovasse un accordo abbastanza largo, soprattutto sul rapporto con i partiti arabi, Israele potrebbe ritrovarsi con una Knesset senza una maggioranza politicamente praticabile. A quel punto si aprirebbe uno scenario che in Italia conosciamo molto bene, ma che è ormai noto anche in altri Paesi europei: settimane di trattative, possibili defezioni o una coalizione trasversale tra forze rivali. Una sorta di “governissimo” dettato più dalla necessità di evitare nuove elezioni che da una vera convergenza politica. E se anche questa strada fallisse, resterebbe l’ipotesi più semplice e insieme più paralizzante: tornare alle urne. In quel caso, più che Netanyahu o Eisenkot, a vincere sarebbero lo stallo interno e l’incertezza sulle questioni internazionali che coinvolgono Israele.