Cambiare il sistema per vincere: l’all-in del governo
Quando stravolgere le regole è più efficace che fare campagna elettorale: la partita delle elezioni si decide fuori dalle urne


Quando stravolgere le regole è più efficace che fare campagna elettorale: la partita delle elezioni si decide fuori dalle urne

È un passaggio che appare tecnico solo in superficie, fatto di formule, soglie e criteri di ripartizione, ma che in realtà ha conseguenze profondamente politiche, perché stabilisce quanto il risultato elettorale sarà fedele alla distribuzione dei consensi e quanto, invece, verrà orientato per garantire stabilità e capacità decisionale.
Ed è proprio in questo spazio, sottile ma decisivo, che oggi si concentrano le strategie dei partiti: non solo raccogliere consenso, ma trasformarlo in potere reale. E il centrodestra sembra averlo compreso bene. Prima ancora della campagna elettorale, ciò che può fare la differenza contro un centrosinistra più compatto è la capacità di muoversi dentro le regole del gioco, interpretandole a proprio vantaggio. Ed è in questa logica che nasce lo Stabilicum.
La legge attuale: il Rosatellum
La legge elettorale oggi in vigore – il Rosatellum – è nata nel 2017 ed è stata applicata alle elezioni dell’anno successivo e a quelle del 2022, quando a vincere è stata la coalizione di centrodestra.
Si tratta di un sistema ibrido, che tiene insieme due logiche diverse senza fonderle davvero: da una parte il maggioritario, dall’altra il proporzionale.
Circa un terzo dei parlamentari viene eletto in collegi uninominali, territori in cui conta una sola cosa: arrivare primi.
Gli altri seggi, che costituiscono la parte più ampia del Parlamento, vengono invece distribuiti con metodo proporzionale, cioè assegnati ai partiti in base ai voti ottenuti, su scala nazionale per la Camera e regionale per il Senato.
L’elettore, però, dispone di un solo voto, che vale contemporaneamente sia per il candidato nel collegio sia per la lista – o la coalizione – che lo sostiene, senza la possibilità di scegliere direttamente i singoli eletti nella quota proporzionale, perché le liste sono bloccate e decise dai partiti.
È un sistema che, nella sua struttura, spinge verso le alleanze; nei collegi uninominali dividersi, infatti, significa perdere.
Ed è esattamente quello che è accaduto nel 2022: la coalizione di destra, presentandosi unita, ha ottenuto circa il 44% dei voti, ma ha conquistato una quota ben più ampia di seggi, superando il 55% in entrambe le camere, grazie soprattutto alla vittoria nella maggior parte dei collegi uninominali; al contrario, le forze di opposizione si sono presentate separate, distribuendo il consenso tra più candidati e riducendo drasticamente le loro possibilità di successo.
4 anni dopo, a un anno di distanza dalle nuove elezioni, la situazione, però, si è completamente capovolta, motivo per cui il governo sta lavorando a una nuova legge elettorale: lo Stabilicum.
Nuove alleanze e certezze cadute: i motivi del cambiamento
Ma perché cambiare le regole del gioco quando, solo pochi anni fa, sono state proprio loro a garantire una vittoria così netta?
Nel 2022 il centrodestra, guidato da Giorgia Meloni, ha costruito il proprio successo su un vantaggio decisivo non solo nei numeri complessivi, ma soprattutto nella frammentazione degli avversari. Il centrosinistra, infatti, si è presentato diviso, disperso in più proposte politiche incapaci di convergere. Ed è proprio in quella divisione che si è giocata la partita decisiva, soprattutto nei collegi più contesi.
Oggi, però, lo scenario è cambiato. Non tanto nei rapporti di forza generali, che, secondo i sondaggi, restano relativamente stabili, quanto nell’offerta politica. È qui, infatti, che si nasconde la vera trasformazione.
Dopo le regionali, qualcosa si è mosso. Con fatica, tra diffidenze ed equilibri precari, le forze di opposizione stanno tentando di costruire un’alleanza più ampia, un campo più compatto, anche – forse – sulla scia dell’entusiasmo per la vittoria del No al referendum sulla giustizia. Non è ancora un blocco solido, ma è abbastanza per cambiare la geometria della competizione e, di conseguenza, il possibile esito.
È per questo che i collegi uninominali, un tempo punto di forza del centrodestra, oggi rischiano di diventare il terreno più incerto. Dove prima bastava la divisione altrui, ora serve una strategia più raffinata. Dove prima il vantaggio era strutturale, oggi diventa contendibile. Ed è proprio qui che arriva lo Stabilicum.
Cosa cambierebbe con lo Stabilicum
La proposta di riforma avanzata dai partiti dell’esecutivo – ribattezzata “Stabilicum”, in quanto dovrebbe dare maggiore stabilità ai governi – interviene proprio su queste incertezze, modificando in modo significativo il sistema.
Il cambiamento più evidente riguarda proprio i collegi uninominali, che verrebbero quasi del tutto eliminati, lasciando spazio a un impianto prevalentemente proporzionale in cui i seggi vengono assegnati sulla base dei risultati ottenuti dai partiti o dalle coalizioni, con una ripartizione nazionale per la Camera e regionale per il Senato, salvo alcune eccezioni territoriali.
Il cuore della riforma, però, non è questo, bensì il premio. Un “premio di governabilità” pensato per rafforzare la coalizione più votata: superata una soglia indicata intorno al 40% dei consensi, si ottiene un numero aggiuntivo di seggi — 70 deputati e 35 senatori — così da garantire una maggioranza più solida e meno esposta a crisi.
C’è però un limite massimo complessivo, fissato per evitare squilibri eccessivi: anche con il premio, non si possono superare 230 deputati e 114 senatori.
Se nessuna coalizione raggiunge la soglia prevista, entra in gioco un meccanismo ulteriore: il ballottaggio.
Il ballottaggio è una seconda votazione tra le prime due coalizioni, possibile solo se entrambe hanno superato il 35% al primo turno; in caso contrario, tutti i seggi vengono distribuiti con il metodo proporzionale, senza correttivi.
Resta anche la soglia di sbarramento al 3%, cioè il limite minimo per entrare in Parlamento, che continua a escludere i partiti più piccoli dalla rappresentanza.
E resta, soprattutto, l’assenza di preferenze: anche nel nuovo sistema gli elettori non possono scegliere i singoli candidati, perché le liste rimangono bloccate.
C’è, però, un elemento in più, che riguarda la sfera politica più che quella tecnica: le coalizioni dovrebbero indicare già prima del voto il nome del candidato alla presidenza del Consiglio, nel tentativo di rendere più chiaro agli elettori quale governo potrebbe nascere.
I dubbi sulla nuova riforma
Intorno a queste dinamiche si è aperto un confronto acceso, che coinvolge non solo i partiti ma anche analisti ed esperti. Il punto, in ogni caso, non è tanto stabilire chi vincerà, quanto capire come si costruisce una vittoria. In un contesto in cui gli schieramenti sono vicini nei numeri, bastano pochi voti in più, concentrati nei punti giusti, per determinare una maggioranza parlamentare.
Resta, però, una questione di fondo che riemerge ogni volta che si tenta di modificare la legge elettorale: fino a che punto è possibile rafforzare la governabilità senza alterare la rappresentanza?
È una domanda che attraversa da sempre la storia politica italiana. Da un lato l’esigenza di avere governi stabili, capaci di durare nel tempo; dall’altro la necessità di rispettare il più possibile la volontà degli elettori.
Non esiste una soluzione definitiva. Esiste, piuttosto, un equilibrio che cambia nel tempo, adattandosi ai contesti politici e alle convenienze dei diversi attori.
Perché oggi, forse, più che convincere conta capire come si può vincere.

"Direttore editoriale"