Non è una crisi, almeno non nel senso classico a cui la politica italiana ci ha abituati, fatta di dimissioni improvvise, maggioranze che si sfaldano e governi che cadono nel giro di poche ore; eppure, ciò che si è aperto dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia del marzo 2026 somiglia molto a una fase in cui la stabilità continua a esistere, ma cambia qualità, si fa più faticosa, meno automatica, più esposta agli urti. È una transizione sottile, che non si misura nei numeri parlamentari — ancora solidi — ma nella trasformazione del contesto politico, cioè nel modo in cui gli stessi problemi, rimasti formalmente identici, iniziano a produrre effetti diversi, più ampi e meno controllabili rispetto a prima.
Per coglierne la natura bisogna riavvolgere il nastro di qualche settimana, tornando a quei casi — Andrea Delmastro e Daniela Santanchè — che, già prima del referendum, avevano iniziato a occupare uno spazio significativo nel dibattito pubblico, senza però mettere realmente in difficoltà l’esecutivo, il quale aveva scelto una linea tanto semplice quanto rigida: nessuna dimissione in assenza di sviluppi giudiziari definitivi. Quella linea, che era insieme tattica e identitaria, funzionava come una sorta di barriera protettiva, una trincea dentro cui la maggioranza si era attestata con una disciplina quasi militare, riuscendo a neutralizzare l’impatto politico delle vicende giudiziarie proprio grazie alla sua coerenza e alla sua prevedibilità.
Il referendum segna il momento in cui quella coerenza inizia a incrinarsi, non perché cambino i fatti — le indagini restano le stesse, le imputazioni non si modificano, i procedimenti seguono il loro corso — ma perché cambia il quadro dentro cui quei fatti vengono letti e valutati, e con esso cambia anche il costo politico delle scelte. In una fase in cui la pressione aumenta e la percezione di forza si attenua, mantenere in carica esponenti coinvolti in vicende controverse diventa più difficile da sostenere, tanto che le dimissioni di Delmastro arrivano rapidamente e finiscono per aprire, quasi inevitabilmente, una questione analoga attorno alla posizione di Santanchè.
È in questo passaggio che si consuma la discontinuità più significativa, perché senza dichiararlo apertamente il governo introduce un criterio nuovo, che non sostituisce del tutto il precedente ma lo affianca e lo modifica: non conta più soltanto lo stato dei procedimenti giudiziari, ma anche l’impatto complessivo che una determinata vicenda può avere sull’azione e sull’immagine dell’esecutivo. Quando una regola cambia in questo modo, cioè senza essere formalizzata ma risultando evidente nei fatti, il problema non riguarda più soltanto il singolo caso, bensì il principio generale che da quel caso discende, e che tende inevitabilmente a estendersi ad altre situazioni analoghe, rendendo molto più difficile mantenere criteri differenziati. È così che una scelta apparentemente circoscritta finisce per produrre un effetto più ampio, introducendo una questione di coerenza interna che si autoalimenta e che contribuisce ad accrescere le tensioni dentro la maggioranza, trasformando ogni vicenda personale in un precedente politico.
Non sorprende, allora, che poco dopo queste dinamiche emergano con maggiore evidenza anche all’interno di Forza Italia, dove le richieste di dimissioni nei confronti di Maurizio Gasparri e le critiche rivolte a Paolo Barelli non possono essere lette come episodi isolati, ma si inseriscono in un contesto in cui il tema della leadership torna a essere, se non esplicito, quantomeno percepibile. Poiché Barelli è strettamente legato ad Antonio Tajani, un suo eventuale indebolimento finirebbe per riflettersi direttamente sull’equilibrio del partito, e dunque sull’intera coalizione, che si troverebbe a gestire tensioni non più soltanto episodiche ma strutturali, tanto più visibili in una fase in cui la capacità di assorbire le frizioni appare ridotta rispetto al passato.
Il risultato è una maggioranza che continua a reggere sul piano parlamentare ma che, sul piano politico, si trova ad affrontare un aumento della complessità, perché problemi che fino a pochi mesi prima venivano gestiti senza conseguenze significative iniziano ora a produrre effetti più ampi, anche in virtù di un contesto meno favorevole rispetto al ciclo 2022-2024, quando la combinazione di numeri solidi e opposizione frammentata consentiva una gestione relativamente fluida delle tensioni interne. È proprio sul versante opposto che si intravede uno degli elementi di novità, dal momento che il cosiddetto campo largo — ancora incompiuto e attraversato da questioni aperte, a partire dalla leadership e dalla scelta del candidato premier — appare oggi, almeno potenzialmente, più competitivo di quanto non fosse nel 2022, quando la divisione del centrosinistra aveva rappresentato il principale fattore di vittoria per Giorgia Meloni.
Il confronto tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, che si sviluppa in gran parte lontano dai riflettori ma che condiziona ogni mossa pubblica, resta un nodo irrisolto; tuttavia, la sola percezione che un’alleanza tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle possa risultare efficace in molti collegi uninominali contribuisce a modificare il quadro strategico. È in questo contesto che il tema della legge elettorale assume un rilievo decisivo, perché con l’attuale Rosatellum un’opposizione unita potrebbe effettivamente competere in numerosi collegi, inducendo una parte della maggioranza a valutare l’opportunità di modificare il sistema prima di un eventuale ritorno alle urne, attraverso l’ipotesi di uno “stabilicum” concepito come mossa di anticipo.
Una scelta che, però, presenta elementi di complessità non trascurabili, dal momento che una riforma elettorale richiede tempo, consenso e una certa compattezza parlamentare, tutte condizioni che, nel clima attuale, non possono essere date per scontate, con il rischio che lo stesso processo di riforma diventi un ulteriore fattore di logoramento. Su questo sfondo si colloca il tema, tanto evocato quanto incerto, delle elezioni anticipate. Esse rappresentano al tempo stesso una possibile opportunità e una fonte di rischio, poiché se da un lato consentirebbero alla maggioranza di capitalizzare una fase in cui l’opposizione non è ancora pienamente strutturata, dall’altro solleverebbero interrogativi sia sul piano politico — per le tensioni interne alla coalizione — sia su quello istituzionale, considerato che la presenza di una maggioranza parlamentare ancora solida rende meno immediata e meno facilmente giustificabile la richiesta di scioglimento delle Camere.
Il passaggio dal Quirinale, vista la situazione, non può essere considerato un semplice atto formale, e l’esperienza recente suggerisce che Sergio Mattarella tenda a esercitare con attenzione il proprio ruolo di garanzia. Il che implica che un eventuale ricorso al voto anticipato dovrebbe collocarsi in una finestra temporale particolarmente delicata, abbastanza precoce da cogliere l’opposizione impreparata ma sufficientemente tardiva da consentire l’approvazione di una nuova legge elettorale. Nel complesso, ciò che emerge è l’immagine di un governo che non si trova sull’orlo di una crisi conclamata, ma che si muove in un contesto progressivamente più esigente, nel quale le tensioni interne tendono ad accumularsi anziché dissiparsi e in cui ogni decisione appare carica di conseguenze maggiori rispetto al passato.
È in questo senso che la metafora del piano inclinato risulta particolarmente efficace, perché non descrive un esito inevitabile, bensì una condizione in cui l’equilibrio richiede uno sforzo crescente e in cui anche le scelte più ordinarie — dalle dimissioni di un ministro alla riforma della legge elettorale, fino alla valutazione del timing elettorale — assumono un peso politico più rilevante. La caduta non è scritta, e potrebbe anche non arrivare; ma ciò che cambia è il costo di ogni passo, che diventa più alto, più rischioso, più esposto. E in politica, quando i margini si restringono, è proprio questa trasformazione — lenta, quasi impercettibile, ma continua — a segnare l’inizio di una nuova fase.