A inizio estate Cuba ha iniziato ad aprire il proprio mercato. Il 18 giugno l'Assemblea nazionale del potere popolare, il parlamento cubano, ha approvato all'unanimità 176 misure economiche e sociali presentate dal primo ministro Manuel Marrero Cruz: è la revisione più ampia del modello economico dalla rivoluzione del 1959.
Il pacchetto prevede l’apertura di “case” di cambio private, cioè gli sportelli dove si comprano e si vendono valute estere - finora riservati allo stato - e la presenza di banche private sotto la vigilanza della Banca centrale. La nuova apertura ha consentito di trasformare le imprese pubbliche in società per azioni, che potranno vendere quote ai privati, e ha cancellato il tetto di cento dipendenti per le piccole e medie imprese. Una scelta che rappresenta un cambio di direzione rispetto al modello economico seguito dall'isola per oltre sessant'anni, anche se il controllo dello Stato sui settori strategici resta ancora molto forte.
La misura prevede, inoltre, di sostituire i sussidi generalizzati e la libreta, la tessera annonaria che dal 1962 garantisce a ogni cubano un paniere di alimenti a prezzo politico, con aiuti diretti alle famiglie povere. Il governo sostiene che il nuovo sistema dovrebbe rendere più efficiente la distribuzione delle risorse, riducendo gli sprechi e concentrando gli aiuti sulle fasce più vulnerabili della popolazione. Ma, soprattutto, il pacchetto di liberalizzazioni ha smontato il monopolio dello stato sul commercio estero: ora le imprese e I governi locali potranno importare, esportare e tenere per sé le valute che incassano. È una delle modifiche più rilevanti, perché per decenni il controllo delle esportazioni e delle importazioni è stato uno degli strumenti principali attraverso cui il governo ha regolato l'economia nazionale.
La Cepal, la commissione economica delle Nazioni Unite per l'America latina, ha stimato per il 2026 una caduta del pil cubano del 6,5 per cento. L'economia dell’isola si era già ridotta di circa l'11 per cento fra il 2020 e il 2024, a causa sia del crollo del turismo durante la pandemia, sia della riforma monetaria mal riuscita del 2021. Poi è arrivato il 2026. Il 3 gennaio le forze statunitensi hanno catturato l’ex capo di stato venezuelano Nicolás Maduro e preso il controllo delle esportazioni petrolifere di Caracas, e così Cuba ha perso il fornitore che le vendeva il greggio a credito e a prezzi di favore. Il 29 gennaio Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che ha dichiarato l'isola un pericolo straordinario per la sicurezza americana e ha minacciato dazi contro qualsiasi paese le avesse venduto petrolio. Il flusso dal Venezuela si è così fermato. Anche il Messico ha sospeso le consegne, mentre gli altri rifornimenti sono diventati sporadici. Per un paese che importa gran parte dell'energia necessaria al proprio funzionamento, la perdita di questi accordi ha trasformato una crisi economica già profonda in una vera emergenza energetica.
Il secondo colpo lo ha inferto il segretario di stato americano Marco Rubio. Il 7 maggio il Dipartimento di stato ha inserito nella lista nera Gaesa, la holding controllata dalle forze armate cubane, che possiede alberghi, porti, negozi in valuta e banche e che secondo Washington vale almeno il 40 per cento dell'economia de L’Avana. L'11 giugno è invece toccato a Cupet, l'azienda pubblica che importa e raffina quasi tutto il combustibile consumato sull'isola. La pressione americana ha quindi colpito non soltanto il settore energetico, ma anche uno degli strumenti economici più importanti nelle mani dell'apparato militare cubano. La strategia americana ha però portato all’annuncio del 25 febbraio della possibilità di ottenere delle licenze per rivendere petrolio venezuelano a Cuba, a patto che il carburante finisse alle imprese private e non al governo o alle forze armate.
In ogni caso, da gennaio in poi è iniziata una nuova dura stagione per l’isola, e le conseguenze si sono viste prima di tutto nella rete elettrica. Dal 31 marzo, quando la petroliera russa Anatoly Kolodkin ha scaricato nel porto di Matanzas, sulla costa sud dell’Isola, 100 mila tonnellate di greggio regalate da Mosca, il governo ha ammesso di non aver più ricevuto combustibile per produrre elettricità. Oltre 1.200 MW di centrali sono rimasti fermi per mancanza di gasolio e olio combustibile, e senza corrente si fermano anche le pompe dell'acqua, i frigoriferi e dunque il mantenimento degli alimenti, la raccolta dei rifiuti, i trasporti e così via. Il turismo, seconda fonte di valuta del paese, ha registrato un altro duro colpo, perdendo il 55,8 per cento dei visitatori fra gennaio e aprile secondo l'ufficio statistico cubano, tanto che il 24 luglio la società alberghiera spagnola Meliá ha deciso di lasciare tutti i suoi 34 alberghi dopo 36 anni di operatività sull'isola.
È in questa morsa, tra una grave crisi economica ed energetica e le pressioni statunitensi, che le 176 misure hanno trovato spazio. Il 29 luglio il primo ministro Manuel Marrero Cruz ha riferito al parlamento che, delle 121 misure previste per giugno e luglio, ne erano state approvate 110 e che la prima casa di cambio privata era pronta a partire come esperimento. Ma non solo. Dall'inizio di agosto le imprese private e straniere possono entrare nella rete di distribuzione di carburante, nelle rinnovabili e nella vendita di elettricità. Ad agosto più di cento operatori privati hanno ottenuto l'autorizzazione a vendere carburante all'ingrosso ed è stata approvata la prima impresa a capitale straniero per importarlo.
I rischi però sono almeno tre. In primo luogo, c'è la distanza fra l'annuncio e la legge, perché applicare il pacchetto richiede di modificare 148 disposizioni e approvarne 32 nuove, e molti economisti dubitano che l'amministrazione cubana abbia capitale tecnico per farlo. In secondo luogo, c'è la questione di chi guadagnerà dall'apertura, dato che Gaesa è rimasta fuori dalla riforma e sotto il controllo dei militari: senza tribunali indipendenti, il rischio è quello di una rete di amicizie e corruzione in cui le licenze finiscono a chi ha i contatti giusti. E, terzo, c'è il fatto che l'apertura è arrivata quando le sanzioni americane rendono pericoloso per qualunque banca o investitore straniero mettere piede sull'isola. Per Ricardo Torres, ricercatore all'American University di Washington, Cuba ha davanti una crisi che non si risolve con politiche economiche migliori.
Nel frattempo la vita quotidiana non è cambiata. Il salario minimo, salito il primo luglio da 2.100 a 3.210 pesos, cioè del 53 per cento, vale al cambio del mercato nero (unico cambio disponibile per i cubani perché non incredibilmente peggiorativo) un aumento di poco meno di cinque dollari al mese. Luglio è stato anche il peggior mese di produzione elettrica mai registrato a Cuba.