The War of Wall Street: come l’espansionismo trumpiano getta i mercati globali nell’incertezza
La dottrina “Donroe” genera caos ovunque, e l’economia globale ne paga caro il prezzo. Quanto ancora si può andare avanti?


La dottrina “Donroe” genera caos ovunque, e l’economia globale ne paga caro il prezzo. Quanto ancora si può andare avanti?

Dal Venezuela all’Iran, dalla Groenlandia a Cuba. Donald Trump, il presidente che reclamava per sé il premio Nobel per la pace, ha finito per smentirsi. Il magnate newyorkese che voleva “rendere l’America di nuovo grande”, combattendo l’inflazione e rilanciando la produttività interna del Paese, ha aperto almeno quattro nuovi fronti geopolitici, gettando i mercati globali nel caos. Dopo il crollo delle borse europee per i dazi annunciati da The Donald ad aprile 2025, un primo shock è arrivato a inizio 2026 con la minaccia di annessione della Groenlandia agli USA. Wall Street reagì subito in negativo, con il Nasdaq a -2,4% e il Dow Jones a -1,8% il 20 gennaio scorso. E anche il dollaro, di solito un rifugio in caso di crisi internazionali, iniziò a indebolirsi. La minaccia, del resto, arrivava dagli Stati Uniti stessi.
A prendere quota fu invece lo yen, soprattutto per via dei movimenti legati al “carry trade”. Il meccanismo è noto: prendere in prestito una valuta con bassi tassi d’interesse, come quella giapponese, cambiarla in dollari e investire in titoli americani incassando il loro rendimento. Ma quando cresce l’incertezza, questo meccanismo tende a invertirsi: gli investitori chiudono le posizioni, ricomprano yen e la valuta giapponese si rafforza. Uno yen più forte, però, non sempre è una buona notizia né per l’economia nipponica né per quella globale. Quando la valuta giapponese sale, i prodotti del Sol Levante diventano più cari all’estero e il Nikkei 225 – principale indice della borsa di Tokyo – tende a scendere. L’export finisce sotto pressione e le minacce ai profitti dei giganti giapponesi del tech e dell’automotive aumentano. Ma la Groenlandia, d’altronde, è territorio autonomo della Danimarca dal 1814. Geograficamente in America, ma politicamente ben salda al Vecchio Continente. Ed è proprio sulle piazze europee che la minaccia trumpiana si è fatta sentire di più negli ultimi mesi, sia con la perdita di diversi punti percentuali giornalieri che con una maggior volatilità dei titoli e una minor propensione al rischio. E così, insieme allo yen, è continuata la corsa a un bene rifugio come l’oro, arrivato a metà gennaio 2026 a superare quota 2.000 dollari/oncia.
Ma il tycoon non stava ancora facendo sul serio. Come dicono gli americani, “Trump always chickens out”. Da astuto uomo d’affari, la minaccia alla Groenlandia si è rivelata più una leva negoziale che una minaccia armata effettiva, un segnale alle borse europee e globali – oltre che agli altri membri Nato – che l’America sa ancora contare davvero. E che è imprevedibile.
Trump però non scherzava affatto con il Venezuela. Lo si è visto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, quando gli USA hanno rovesciato il regime di Nicolás Maduro, portandolo in carcere a Manhattan. Il Brent, però, si è attestato intorno ai 60 dollari al barile, senza grandi scossoni. Il motivo è presto detto. La produzione venezuelana di greggio era già fortemente ridotta rispetto alla sua capacità teorica, nonostante il Paese abbia una delle più grandi riserve al mondo. Infrastrutture vecchie, sanzioni internazionali e una cattiva gestione da parte della PDVSA – la compagnia petrolifera statale venezuelana – sono stati gli ingredienti perfetti per tenere il petrolio di Maduro sottotono per anni, e per invogliare poi Trump a mettere le mani sul Paese sudamericano. The Donald lo ha fatto violando il diritto internazionale, in primis l’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, che sancisce il principio basilare dell’autodeterminazione dei popoli. L’obiettivo del tycoon non era un “regime change”, visto che a prendere il potere è stata poi la vice di Maduro, Delcy Rodríguez, con tanto di ossequi da parte della Casa Bianca. Washington non voleva un Venezuela libero dal chavismo, ma un Paese fedele.
La deposizione del dittatore, l’allentamento delle restrizioni e la necessità di investimenti per rilanciare le infrastrutture obsolete hanno spalancato le porte alle “big oil” a stelle e strisce. «Faremo entrare le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, le più grandi al mondo, che investiranno miliardi di dollari per riparare le infrastrutture gravemente danneggiate, le infrastrutture petrolifere, e inizieranno a generare profitti per il Paese», aveva dichiarato lo stesso Trump. La Chevron, unica società americana a poter operare in Venezuela già prima del 3 gennaio 2026, ha visto così aumentare del 19% il valore delle proprie azioni in poche settimane, mentre Exxon Mobil e ConocoPhilips guardano con interesse alla nuova presidenza Rodríguez.
Poi è arrivato quel fatidico 28 febbraio 2026. Quella data che ha sconvolto gli equilibri in Medio Oriente e nel mondo intero. L’attacco congiunto israelo-americano ha avuto conseguenze drammatiche sia per la popolazione civile iraniana che per i mercati europei e asiatici. Proprio il 28 febbraio, lo stesso giorno della morte di Khamenei, un attacco aereo ha colpito la scuola elementare femminile Shajarah Tayyebeh a Minab, nel sud dell'Iran, causando oltre 160 morti, prevalentemente bambine che nulla avevano a che vedere con il regime degli ayatollah.
Il 2 marzo, invece, è stato messo nero su bianco il vero contraccolpo economico per l’Occidente. I pasdaran hanno ufficializzato la chiusura dello stretto di Hormuz, impedendo a migliaia di petroliere di transitare per il Golfo Persico. Le uniche navi a poter passare – a fatica – sono state quelle dei Paesi amici dell’Iran, come la Cina, o quelle di armatori spregiudicati come il greco George Prokopiou, finito nel mirino dei media internazionali per aver pagato dei “pedaggi” ai pasdaran.
Il prezzo del petrolio è salito subito alle stelle: il 1° marzo, il Brent ha chiuso a 118,35 dollari al barile. Per vedere valori simili bisogna tornare a marzo 2022, quando la Russia aveva iniziato l’invasione dell’Ucraina. E il prezzo finale alla pompa, com’era prevedibile, è schizzato su, non ancora per una scarsità di materia prima – gli stoccaggi italiani ed europei sono ancora riforniti – ma per speculazione delle compagnie petrolifere. In Italia, nonostante il taglio delle accise, il prezzo del gasolio ha superato la media dei 2,10 euro/litro, minacciando il settore della logistica e di conseguenza i prezzi dei beni di tutti i giorni. Anche nel resto dell’UE la media del gasolio si è attestata intorno ai 2 euro/litro, mentre il gas ha toccato picchi superiori a 60 euro/MWh. E intanto la BCE prevede già un tasso ind’inflazione al 3,1% per il secondo trimestre del 2026. Ancora non è chiaro quanto tempo durerà il conflitto. Si parla di settimane e di colloqui di pace segreti in corso, ma di certezze ce ne sono poche. Sarà invece Cuba il prossimo target nel mirino di The Donald?
Il Paese guidato da Miguel Díaz-Canel sta pagando molto duramente la chiusura dello stretto di Hormuz. E mentre il presidente USA ha già fatto sapere che “verrà anche il loro turno”, il mancato arrivo del petrolio ha messo in ginocchio i cittadini cubani, condannandoli anche a più di 18 ore al giorno senza corrente e mettendo in crisi ancora più profonda i sistemi sanitari e logistici già fragili del Paese. Donald Trump è anzitutto un uomo d’affari. Minacciare la Groenlandia è stata una mossa geopolitica per far percepire il peso degli Stati Uniti, attaccare il Venezuela un modo per espandere il loro dominio economico.
Dopo aver attaccato l’Iran e aver messo Cuba in ginocchio, la filosofia Trump può essere riassunta benissimo in del uno dei suoi messaggi lanciati su Truth, il suo social personale: «A tutti quei Paesi che non possono ottenere carburante per aerei a causa dello Stretto di Hormuz, come il Regno Unito, che si è rifiutato di intervenire nella decapitazione dell'Iran, ho un suggerimento per voi: numero 1, comprate dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza, e numero 2, fatevi coraggio, andate allo Stretto e prendetevelo e basta». Comprare americano e intervenire in un conflitto aperto da USA e Israele, senza consultare gli alleati e violando il diritto internazionale. La dottrina “Donroe” è servita. E i mercati globali tremano.



