Parmigiano vs Parmesan: radici culturali della guerra dei dazi
tra guerra di civiltà e rivendicazioni culinarie: come il formaggio racconta il momento storico che stiamo vivendo


tra guerra di civiltà e rivendicazioni culinarie: come il formaggio racconta il momento storico che stiamo vivendo

Non è Italian sounding: il Parmesan ha una propria storia di evoluzione identitaria.
Quando Donald Trump ha stilato la lista dei prodotti stranieri su cui mettere dei dazi extra il Parmigiano è stato uno dei nomi più caldi. Nella battaglia commerciale con l’Unione Europea l’eccellenza culinaria italiana è stata un’osservata speciale e il Parmigiano Reggiano ne è un simbolo. Si sa poi, gli abitanti del Bel Paese mostrano una vena particolarmente sensibile nel momento in cui si toccano i capisaldi della loro tavola. Anche qui la folla inferocita non ha esitato a farsi sentire, davanti ad un tale affronto verso il re dei formaggi tricolore. Il punto nodale però è che il dibattito italiano ha frainteso le origini del Parmesan, credendolo l’ennesimo caso di italian Sounding, ma non è così. Non si tratta però di un fake nato a tavolino per ingannare il consumatore. È il risultato di un fenomeno antropologico preciso: la trasmissione di un sapere artigianale attraverso la migrazione. Così come negli Stati Uniti sono nate delle rivisitazioni di Cheddar fatte dagli immigrati irlandesi, del Gouda fatte da quelli olandesi, del Brie fatte dai francesi, quelli italiani hanno portato il Parmigiano, che si è staccato dal cugino maggiore seguendo il suo sentiero specifico. E come ogni prodotto che attecchisce in una nuova terra, ha subìto un'evoluzione. È tutto documentato. Il Parmesan delle origini - quello prodotto dalle mani degli emigrati padani tra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento - era un formaggio diverso da quello che conosciamo oggi. Forme piccole, dai dieci ai venti chili, crosta nera di cera per conservarlo meglio, pasta più grassa e morbida, stagionatura limitata. Una versione che rispecchiava il Parmigiano italiano di quell'epoca, prima che i disciplinari europei e poi la DOP lo portassero verso le forme giganti, la crosta chiara e la pasta durissima con i cristalli di tirosina che oggi lo contraddistinguono. Il nome stesso - Parmesan invece di Parmigiano - non nacque da una strategia, ma dal marketing della necessità: gli immigrati italiani degli anni Venti lo resero pronunciabile in inglese per chi non riusciva a districarsi con le doppie consonanti e i suoni gutturali della nostra lingua.
Quando il formaggio diventa geopolitica
Come abbiamo visto i due formaggi sono parenti che hanno seguito traiettorie completamente differenti. E questo si riflette anche sullo scontrino. Il Parmigiano Reggiano DOP arriva sugli scaffali americani a oltre 50 dollari al chilo, mentre il Parmesan del Wisconsin costa la metà. Va da sé che i due rappresentano due categorie completamente differenti, due prodotti diversi, con posizionamento distinto. I consumatori che scelgono il DOP italiano lo fanno consapevolmente, è una precisa scelta, dettata sia dal prezzo, che dal gusto, che dagli utilizzi dissimili che se ne fanno in cucina, in un mercato dove il Parmigiano rappresenta una nicchia di meno dell'8% dei formaggi duri venduti. Non esiste una concorrenza reale tra i due prodotti per un motivo molto semplice: si riferiscono a pubblici lontani tra loro. Eppure nell'aprile 2025, con i dazi aggiuntivi del 20% imposti da Trump su tutte le importazioni dall'UE, il Parmigiano si è ritrovato a pagare il 35%, con il prezzo a scaffale schizzato a quasi 59 dollari al chilo. Una mazzata su un mercato, quello americano, che vale il 22,5% dell'export totale del Consorzio, oltre 16.000 tonnellate nel 2024.
Ma i dazi di Trump non sono una novità assoluta. Nel 2019, durante il primo mandato Trump, i formaggi italiani erano finiti in una lista punitiva come danno collaterale della disputa Boeing-Airbus: in un anno l'export caseario italiano negli USA ha polverizzato 6.000 tonnellate di merce e 65 milioni di euro. Dietro ai dazi si gioca tuttavia una partita più profonda: al centro della contestazione a stelle e strisce ci sono le DOP europee, considerate alla stregua di barriere commerciali non tariffarie. Il report "Foreign Trade Barriers 2025" dell'amministrazione Trump dedica un paragrafo esplicito al Parmesan, dove le DOP sono definite “disposizioni problematiche" sostenendo che le denominazioni di origine impediscano ai produttori americani di usare nomi "comuni" radicati da decenni nella cultura statunitense.
Un equilibrio labile: un accordo e molte domande aperte
Dopo mesi di tensioni ad agosto 2025 è stato trovato un accordo UE-USA che ha riportato il dazio al 15%, ma la tregua è fragile - le dogane di New York e New Jersey hanno già applicato per settimane un doppio dazio per errore, costringendo la Farnesina ad intervenire con una task force creata ad hoc. La storia del Parmesan ci insegna come una questione culinaria si possa trasformare in una una guerra di identità, prima ancora che di tariffe. I fenomeni migratori non trasportano solo persone, ma anche culture ed inoltre hanno il potere unico di ibridarle tra loro facendo nascere qualcosa di nuovo, che si scosta dall'originale, mantenendone però l’anima. In questo modo si va a creare un nuovo prodotto senza che si debba puntare il dito paventando una mancanza di autenticità. La validità di questi nuovi prodotti è data dalla loro storia d’origine, un racconto di persone che si spostano e si confrontano con una realtà nuova, un ambiente differente e qui incontrano nuovi modi di fare che danno vita a qualcosa che, senza questa precisa ricetta, non sarebbe mai nato. Esattamente questo è il caso del Parmesan che non è un ladro di nome, ma la creazione di Paolo Sartori, partito da Valdastico su un piroscafo con in tasca un sogno e in testa una ricetta. Confonderlo con la contraffazione industriale significa non capire la differenza tra chi copia e chi innova. E significa, soprattutto, non capire come funziona davvero la cultura del cibo.