Chiacchierare di scienza con un pianista. E di musica con un biologo
Dalla biologia molecolare al pianoforte: la storia di chi ha imparato a sentire la vita prima ancora di spiegarla
15 luglio 2026
7 min lettura
Quando incontriamo Emiliano Toso l’estate è alle porte. È un pomeriggio fresco e lento, che ci regala il tempo per l’ascolto. Ci aspettiamo che nel privato conservi una studiata riservatezza, ma scopriamo un uomo aperto e accogliente che indossa orgogliosamente una maglietta di un viola timido. Misura i comportamenti, ma si lascia guidare da una spontaneità che suona a volte piacevolmente impacciata e altre molto consapevole. Un momento di scarsa connessione a internet ci regala un nemico comune di cui lamentarci per rompere il ghiaccio. Nel mentre sposta due grandi pacchi sullo sfondo, forse preoccupato per un eventuale giudizio sul disordine. Un trasloco in corso, ci confiderà. Noi comunque non lo avremmo giudicato.
Rievoca la sua infanzia negli anni ’70, quella di un bambino «separato dalle emozioni e dal contatto con gli altri. Poco coraggioso. Uno di quelli che sale solo sul brucomela». Voleva fare lo scienziato. E così fa. Consegue un dottorato in biologia molecolare, costruisce un gruppo di 20 ricercatori e viaggia per istituti internazionali che gli forniscono fondi e attrezzatura, oltre a qualsiasi comfort di viaggio per raggiungere «i posti più belli del mondo». La sera suona brani che non condivide con nessuno.
Scienza e musica convivono senza darsi fastidio, fino a quando il corpo si ribella. «Ho iniziato a sentire i sintomi dell’influenza prima delle partenze». Da scienziato cerca un medico, una causa misurabile, un farmaco per eliminarla. Niente. Poi scopre yoga e bioenergetica. «Mi sono così avvicinato alle mie emozioni».
La seconda svolta arriva per il compleanno dei 40. «Pensando a cosa potessi regalarmi ho deciso di inserire le mie composizioni in un CD da donare ad amici e parenti». Ammettiamo che non ci sembra un regalo per sé, ma per gli altri.
«Volevo averlo tra le mie mani, ma non potevo stampare una copia sola».
Le cose si allineano. Il biologo cellulare Bruce Lipton gli chiede di suonare di fronte a settecento persone. La carriera decolla. Il suo capo gli concede un’aspettativa di un anno perché «era convinto che fosse una crisi di mezza età e che sarei tornato». Le dimissioni le dà dopo il secondo disco, quando i concerti diventano abbastanza, e i soldi con loro. Sei tornato? «No». Non ti manca? «Solo le persone».
Emiliano ora è un pianista con alle spalle oltre 600 concerti. Ma scienziato un po' lo è rimasto. Lo tradiscono i capelli grigi e un po' scompigliati che riflettono bene lo stereotipo e la stima per le recenti scoperte sulle traiettorie evolutive. «Fino a due anni fa si pensava che una volta che una cellula “decide” di diventare una cellula ossea, non legge più quelle parti di DNA che non hanno a che fare con l’osso. Si è scoperto, invece, che alcune cellule tornano indietro». Come lui.
Ricorda l’esperienza di vedere una cellula battere a ritmo cardiaco. Ancora lo emoziona. «Abbiamo insegnato chimicamente a una cellula totipotente (non specializzata, ndr) a diventare una cellula del cuore. Lì ho visto il miracolo della vita». Un entusiasmo colma il centinaio di chilometri che ci divide, trasmettendo la sensazione corporea della pulsazione.
Ha la conoscenza di un luminare, la consapevolezza di chi ha scavato tanto dentro di sé e l’innocenza di un bambino che non sa cosa sono le bollette. Protegge con cura un mondo interno ricco di ideali. Parliamo di quanto lo affascina che «nel bosco non c’è un capo albero» e che, quindi, «le piante più piccole non sono meno importanti di quelle grandi».
Tratta la sua musica con la stessa delicatezza, fin dal processo di composizione. «Se la melodia mi piace metto una faccina che ride, ma se mi piace da impazzire metto un cuore».
Durante i concerti non vuole applausi tra un brano e l’altro perché gli piace sentire la musica del pubblico. «Dopo che ho condiviso la mia, sento per risonanza la loro», ci spiega, sottolineandone la scientificità. «Le cellule condividono il proprio stato di salute attraverso la musica. Anche la medicina rigenerativa ha notato che attraverso luce e suono possiamo mandare alle cellule importanti informazioni». In pratica, siamo un ammasso di cellule che fanno musica. La cosa affascinante è che, diversamente da quella che siamo abituati ad ascoltare, «la musica delle cellule è a 432 Hz», come quella con cui è accordato il pianoforte di Emiliano. È il suo punto forte.
Quando suona le persone riportano di sentirsi bene. «Un’amica gestisce una libreria. Mette il mio primo disco tutti i giorni da quattordici anni. Mi dice che i clienti sono più tranquilli e scelgono più facilmente cosa acquistare», aggiunge. Il direttore della neurochirurgia dell’ospedale Riuniti di Ancona, Roberto Trignani, lo aveva fatto suonare in sala operatoria durante un intervento per rimuovere un tumore a un bambino. Toso fu il primo a farlo. E raggiunse la stampa internazionale, dal Guardian al NY Post.
La letteratura sulla musicoterapia è in evoluzione. Biologi dell’università di Padova hanno esposto piante di barbabietola al suono della musica di Emiliano, rilevando «più resistenza agli stress nutrizionali e un incremento del 33% nella lunghezza delle radici». Da scienziato ci tiene a sottolineare che «un incremento, seppur inferiore, c’è stato anche suonando a 440 Hz», ma che questo non è necessariamente un male. «La letteratura sostiene che la musica non sia scomponibile in pochi parametri».
Immaginiamo capisca che stiamo osservando i dipinti alle sue spalle perché ce li mostra mentre stiamo per chiedergli di farlo. Ci racconta che li ha realizzati sua madre e che ognuno è ispirato a una sua canzone.
Ci congediamo mentre ci confida la particolarità di un recente incontro. «Mi ha contattato una ragazza sorda dalla nascita che suona il violoncello ascoltandolo con il corpo». Realizzeranno un pezzo insieme. «La vita mi dà queste cose», ci dice. «Io le ricevo e ringrazio». Non ci sembra una postura, ma la verità.