Da condizione umana a risorsa per il business: la solitudine nel XXI secolo
L'intervista a Serena Mazzini, esperta di new media: «Dobbiamo riprenderci i nostri spazi»
15 settembre 2026
5 min lettura
Cosa succede quando la fragilità umana si trasforma in una risorsa da cui i colossi tech traggono dati, soldi e persino benefici?
La risposta è nel libro "La tua solitudine è il nostro business" di Serena Mazzini, esperta di new media e docente NABA, che abbiamo intervistato nell'ambito del suo impegno per un uso etico e consapevole dei social media e dell'intelligenza artificiale.
La solitudine come prodotto più redditizio del XXI esimo secolo: come approfondiresti questa definizione? «La solitudine è diventata un mercato estremamente redditizio grazie a processi storici, politici e culturali che hanno fatto sì che le persone arrivassero a vivere in un contesto sempre più disgregato. In parte questo è dovuto a un fenomeno ben preciso: l'erosione dei terzi luoghi. Fino a pochi anni fa, avevamo tutta una serie di punti di scambio ideologico: partiti, gruppi religiosi, associazioni, circoli. Oggi mancano piazze, parchi e luoghi in cui si crea aggregazione in maniera del tutto spontanea. A fine anni’ 90 in Italia si parlava di atomizzazione degli individui per via della diffusione delle automobili e della televisione, ma ogni tecnologia ha aumentato la distanza tra le persone. Come dice Derek Thompson, quello che stiamo attraversando è un "secolo antisociale”: non ci sentiamo più soli, ma lo siamo realmente perché la tecnologia ha creato dei veri e propri surrogati che hanno reso comoda la solitudine. Questo tipo di business si è allargato con la pandemia perché abbiamo capito che la nostra vita può essere gestita attraverso uno schermo. Dal 2023 si è sviluppato il mercato dell'AI e dei chatbot che non sono più meri strumenti. Non è un caso che li chiamiamo agente, companion e copilota».
La promessa di una vita piena, ricca di stimoli e informazioni, è stata tradita da un senso di vuoto perenne. Qual è stata, a tuo parere, la più grande falla di questo sistema? «La falla enorme è stata proprio l'erosione di tutto quello che poteva essere definito uno stato sociale. In primis va sottolineata la mancanza di investimento, da parte dello Stato, in infrastrutture comunitarie che fungono da collante. Ci stiamo disabituando al confronto: siamo immersi in un ambiente digitale costruito per essere polarizzato».
Nel libro affermi che i social non sono stati la causa del nostro isolamento ma il nostro modo per sopportarlo. Che ruolo hanno, dunque, queste piattaforme oggi?
«Da un lato, i social sono come la soma in “Il mondo nuovo” di Huxley: una sorta di pillola che non ci fa percepire tutto quello che abbiamo perso, ma in cambio ci dà un altro luogo in cui sentire sollievo nella connessione con gli altri. Dall'altro lato spesso non riusciamo a capire che community e comunità sono due cose diverse. Oggi mancano gli spazi condivisi e, con essi, anche tutti i compromessi da mettere in atto nei luoghi che promuovono il confronto. Nel digitale siamo finiti in delle bolle in cui dilaga la violenza. Le stesse big tech hanno implementato ed esacerbato la solitudine, dandoci uno spazio potenzialmente illimitato: lo stesso dove investono nella nostra solitudine. Un esempio comune è quello dell'AI integrata nei sistemi Meta, nati dopo ricerche su come una popolazione di 142 Paesi si sentisse profondamente sola. Il disagio è stato misurato ed è stata creata, e venduta, una soluzione ad hoc».
Proibire ed eliminare i social media: una strada possibile e auspicabile o una scelta deleteria? «Io non sono d'accordo con i provvedimenti di divieto che stanno emergendo, a livello nazionale, in molti Stati. Penso che sia una decisione non solo inutile, ma soprattutto dannosa. Dalle ricerche recenti che ho condotto, i ragazzi non hanno bisogno di avere degli account con le proprie generalità: ci sono mille modi per falsificare i profili. Quello che è importante è, invece, un processo di consapevolezza per iniziare a puntare il dito contro gli effetti di queste piattaforme. Negli anni sono stati comprovati tanti fenomeni connessi a dipendenza dai social, che hanno un consumo molto più mirato rispetto alla pubblicità tradizionale. Si parla di manipolazioni: è esattamente come cadere in una bolla che non è positiva, come può essere, ad esempio, utilizzare i social per guardare contenuti che riguardano la propria serie tv preferita. Sui social network le tematiche vengono molto spesso esasperate, al punto da trasformare questi luoghi virtuali in spazi di assuefazione».
Durante il laboratorio TesteCalde, nell'ambito del festival 42Gradi - Idee sostenibili che si è svolto a Bisceglie a fine luglio, un gruppo di giovani ha scritto le regole di social e AI, producendo un manifesto dal titolo "MinaccIA Invisibile". Qual è il bisogno più grande che è emerso tra i ragazzi?
«Il manifesto che hanno scritto affronta tante tematiche: non possiamo più permettere che delle infrastrutture così pervasive siano spazi privati con logiche commerciali, ma dobbiamo rivendicare che queste infrastrutture diventino beni pubblici. Il focus è stato anche posto su altri aspetti, come il processo di mercificazione che ha colonizzato vari spazi cognitivi della rete, in cui manca, ancora oggi, tutta una parte etica che abbiamo affrontato. Ci siamo soffermati anche sulla forte connessione tra lo sviluppo della tecnologia e l'apparato politico statunitense e sull'erosione ambientale legata all'ottenimento di una potenza di calcolo sempre più elevata. Penso che quello che sia rimasto impresso in tutti loro sia che dalla nostra sofferenza c'è qualcuno che guadagna ogni giorno. Siamo qui per riprenderci le nostre vite e i nostri spazi».
S
Sara Fiumefreddo.
Chiacchierare di scienza con un pianista. E di musica con un biologo