Una legge, due giustizie: il ritorno della pena di morte tra Israele e Palestina
15 maggio 2026
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Brindisi con lo champagne e piccoli cappi d’oro appuntati sulle giacche come spillette celebrative. È in questo clima che l’estrema destra israeliana ha festeggiato il 30 marzo l’approvazione della pena di morte tramite impiccagione che prende di mira i palestinesi in Israele e nei territori occupati per i reati classificati come “legati al terrorismo".
Secondo una nota diffusa dalla Knesset, la legge stabilisce che chiunque causi la morte di cittadini israeliani "per motivi di razzismo o ostilità verso una popolazione, e con l'obiettivo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita nazionale del popolo ebraico nella sua patria, sarà condannato a morte". Il provvedimento, passato con 62 voti favorevoli (incluso quello del primo ministro Benjamin Netanyahu) e 48 contrari, aggiunge un nuovo reato capitale al codice penale israeliano, ovvero l'uccisione deliberata di una persona con l'intenzione di negare l’esistenza dello Stato di Israele.
“Di fatto, la pena capitale viene riservata esclusivamente ai palestinesi”, ha osservato il Times of Israel. La legge prevede inoltre due distinti percorsi processuali: uno per i tribunali penali in Israele e uno per i tribunali militari nella Cisgiordania occupata da Israele, a cui verranno conferiti maggiori poteri. Questi ultimi sono sotto amministrazione militare israeliana e processano i palestinesi che vi risiedono. I palestinesi nella Cisgiordania occupata condannati dai tribunali militari rischieranno obbligatoriamente la pena di morte. Solo se il tribunale stabilisce che sussistono "ragioni speciali", non definite dal testo, può commutare la condanna a morte in ergastolo, il che rappresenterebbe un ribaltamento della prassi comune nei tribunali militari odierni.
B'Tselem, un'organizzazione israeliana per i diritti umani, ha dichiarato che "questi tribunali militari hanno un tasso di condanna di circa il 96%, basato in gran parte su confessioni estorte sotto coercizione e tortura durante gli interrogatori". Secondo i dati di Addameer, all'11 marzo scorso si contavano circa 9.500 detenuti palestinesi, di cui oltre un terzo in "detenzione amministrativa", ovvero senza processo né accuse formali. In questo scenario la comunità internazionale si è spaccata. Gli Stati Uniti hanno scelto di non unirsi alla condanna. In risposta a un quesito dell'agenzia Anadolu sulla controversa legge, il Dipartimento di Stato si è limitato a dichiarare che gli Stati Uniti “rispettano il diritto sovrano di Israele di stabilire le proprie leggi”.
Diametralmente opposta è stata la reazione delle Nazioni unite e dell'Unione europea, che hanno espresso una ferma condanna definendo la pena capitale incompatibile con la dignità umana. Secondo Bruxelles e l'ONU, il carattere discriminatorio della norma viola apertamente la Quarta Convenzione di Ginevra, il Patto internazionale sui diritti civili e politici e la Convenzione contro la tortura. Il provvedimento rappresenta inoltre un grave passo indietro rispetto agli impegni che Israele aveva assunto fin dal 2007, ignorando le risoluzioni dell’Assemblea Generale che chiedono una moratoria sulle esecuzioni in vista della totale abolizione.
Ancor più dura è stata la presa di posizione di otto Paesi a maggioranza musulmana, tra cui Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Giordania, Qatar e Pakistan, che in una dichiarazione congiunta hanno condannato la legge come uno strumento volto a consolidare un sistema di apartheid. Infine, l’Autorità Palestinese ha definito la norma come un vero e proprio "crimine di guerra". La riforma introduce inoltre protocolli accelerati che riducono i tempi di revisione legale. Il Servizio penitenziario israeliano (Ips) sarà tenuto a eseguire le condanne mediante impiccagione entro soli 90 giorni dalla sentenza definitiva. Questo stretto margine temporale, unito a un regime di esecuzione caratterizzato da una ridotta trasparenza esterna, solleva forti dubbi sulle garanzie fondamentali perché la norma prevede limitazioni all'accesso per la difesa legale proprio nelle fasi finali e più critiche del processo.
Sul piano politico, la legge rappresenta l'adempimento di un punto cardine dell'accordo di coalizione tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. Di recente, proprio la figura di Netanyahu è al centro di un rinnovato interesse mediatico a causa della recente riemersione di film-documentario prodotto da Alexis Bloom e Alex Gibney, uscito nel 2024 e oggetto di forti ostacoli alla diffusione da parte delle autorità israeliane. L'opera si basa su oltre 1.000 ore di interrogatori segreti trapelati dagli archivi della polizia, che coinvolgono direttamente il Primo Ministro, la moglie Sara e il figlio Yair. Il documentario rivela dettagli inediti sulle accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia che pendono su Netanyahu e ipotizza che il premier utilizzi i conflitti in corso (Gaza, Libano, Iran) per evitare i processi e rimanere in carica.
In un clima di tensione interna senza precedenti, la violenza su Gaza è ancora il maggior collante politico dello stato ebraico. A prescindere da ogni tipo di conseguenza che questa postura istituzionale ha riservato, può riservare o riserverà ai suoi interpreti politici.