Cronaca di un caso irrisolto, una vita di condanna senza sentenza
15 maggio 2026
5 min lettura
Una fune, un paio di biglietti d’addio e pochi passi verso il mare. L’ultimo miglio, Pietrino Vanacore l’ha percorso nella sua Terra. Nato e deceduto in Puglia, vicino Taranto, e morto per annegamento così come certificato dall’ autopsia effettuata sul cadavere rinvenuto intorno alle tredici del 9 marzo 2010.
Il signor Pietro lavorava come portiere di uno stabile in via Carlo Poma a Roma, al civico numero due. Aveva una moglie, Giuseppa De Luca, e un figlio, Mario che aveva seguito le sue orme.
Aveva 78 anni quando si è suicidato legandosi una lunga fune a un piede e assicurando l'altra estremità a un albero sulla scogliera. È morto in mare, nelle acque di Torre Ovo, vicino Marina di Maruggio, a una quarantina di chilometri da Taranto. Nessun anticrittogamico ingerito prima di commettere il fatto, lo attesta l’esame tossicologico effettuato dopo il ritrovamento del corpo.
Solo due biglietti con lo stesso messaggio, uno sul tergicristallo della sua auto e uno all'interno della vettura: «Venti anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio».
Prima di tornare a vivere a Monacizzo con la moglie Giuseppa, dalla metà degli anni Novanta, Vanacore viveva a Roma. La sua vita sembrava essere scandita da cose semplici come il lavoro, le preoccupazioni quotidiane, il desiderio di avere e comprare una casa tutta sua. Le visite del figlio e le piante innaffiate quotidianamente diventano un’abitudine lontana a partire dal 7 agosto del 1990.
Se per molti si trattava solo di un altro giorno in cui odiare il caldo torrido della capitale, per il signor Pietro quella data segna l’inizio di «20 anni di sospetti».
Indagato per l’omicidio di una giovane donna, Simonetta Cesaroni, uccisa con ventinove colpi d’arma bianca e poi lasciata esanime sul pavimento dell’ufficio presso cui lavorava, quello dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù (A.I.A.G), al terzo piano dello stabile in cui Vanacore prestava servizio di portineria dal 1986.
Il cadavere venne ritrovato con le gambe divaricate, senza biancheria intima, il reggiseno alzato: qui un morso intorno al seno sinistro che inizialmente portò gli inquirenti a seguire la pista di una presunta violenza sessuale culminata con l’uccisione della giovane.
Capelli lunghi e scuri, 20 anni alle spalle e una foto in costume da bagno, mentre si gode il mare, finita su tutte le prime pagine di giornali di quegli anni.
Simonetta Cesaroni in genere prestava servizio continuativo, con mansioni di segretaria contabile, presso lo studio commerciale RELI Sas e soltanto occasionalmente collaborava, svolgendo alcune giornate di lavoro, con l’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù. Il luogo in cui lavorava è ancora oggi oggetto di inchiesta per la fitta rete di legami che collegherebbe quell’ufficio ai servizi segreti, a testimoni mai ascoltati e ad alibi mai verificati. A oltre 35 anni dalla sua morte, l’arma del delitto resta ignota, così come l’autore dell’omicidio. Nomi come quello di Renato Busco, fidanzato dell’epoca della vittima, e Federico Valle, che abitava nello stesso palazzo teatro della tragedia, sono solo alcuni dei tanti che compaiono sui documenti messi agli atti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Simonetta Cesaroni. I depistaggi, le dichiarazioni ritrattate e la gestione errata delle prove rientrano tra le innumerevoli negligenze commesse in quegli anni.
Ad oggi non esiste una verità giudiziaria che possa porre fine al tormento di Paola Cesaroni, che chiede di conoscere la verità sulla morte della sorella dal giorno in cui la trovò seminuda e senza vita su quel pavimento al terzo piano di via Poma.
Fu Pietro Vanacore il primo sospettato. Fu fermato dalla polizia tre giorni dopo il delitto, il 10 agosto del’90, e trascorse in carcere 26 giorni. Tra le ragioni dell’arresto vi erano alcune incongruenze sull’alibi come la sua assenza, mai del tutto chiarita, dal cortile dello stabile - dove erano presenti gli altri portieri del palazzo - nell’orario in cui fu compiuto il delitto, tra le 17.30 e le 18.30. A destare sospetti anche il ritrovamento dell’agendina appartenente al portiere nell’appartamento dove si consumò l’omicidio, così come i vuoti nella ricostruzione del pomeriggio e nella prima serata del 7 agosto 1990. Nel turbine delle cose che non quadravano agli inquirenti anche l’atteggiamento della moglie di Vanacore, Giuseppa, che nonostante disponesse delle chiavi dell’appartamento – scena del delitto - oppose resistenza all’intervento delle forze dell’ordine sopraggiunte sul posto, in seguito alla scoperta del cadavere. Vanacore fu rilasciato, nonostante i pesanti sospetti persistessero sulla sua persona, prima come possibile responsabile del delitto, poi quale favoreggiatore dell’omicida. Il 16 giugno del '93 venne prosciolto dal Gip perché «il fatto non sussiste». La decisione divenne definitiva nel 1995 dopo il ricorso in Cassazione. Oltre ogni ragionevole dubbio. Dopo l’esito in Corte Suprema, Vanacore lasciò Roma per tornare a vivere in Puglia con la moglie Giuseppa, in cerca di un nuovo inizio e di una nuova vita lontana dai riflettori, dalle domande dei giornalisti e dagli occhi accusatori dei vicini.
Nel maggio 2009 una seconda indagine su Pietrino Vanacore, in relazione all'uccisione di Simonetta Cesaroni, venne archiviata. I pm inquirenti, nell'ambito dell'indagine su Renato Busco, il 20 ottobre 2008 avevano disposto una perquisizione nella casa pugliese di Vanacore. Perquisizione che non aveva portato a nessun risultato. Il 12 marzo del 2010 il signor Pietro avrebbe dovuto deporre nel processo a carico di Raniero Busco, fidanzato d’allora di Simonetta Cesaroni, ma il suo corpo venne trovato in mare tre giorni prima. «Si sentiva braccato, vittima di una continua caccia all'uomo. Non aveva più una sua vita da tanto, troppo tempo. Si sentiva come un detenuto al 41 bis. Lui era un uomo libero, eppure non più libero», dichiarò il legale di Vanacore dopo la sua morte. Così il figlio Mario: «Mio padre è stato condannato senza un processo. Lo hanno distrutto, lo hanno fatto a pezzi. Sono passati vent'anni, eppure tutte le volte che si è parlato della mia famiglia è stato solo per massacrarci. Hanno reso la vita di mio padre un inferno. Aveva tanti progetti, voleva comperare una casa, ma ha dovuto utilizzare tutti i risparmi che aveva per pagarsi gli avvocati». Sul caso si era espresso anche il legale di Raniero Busco che commentò: «Non so come interpretare questo fatto. L'ho saputo 20 minuti dopo che era successo. La morte di Vanacore è troppo vicina alla scadenza processuale per non essere collegata. E sicuramente lui non se l'è sentita di testimoniare». La morte del signor Pietro aveva riacceso i riflettori sull’ex portiere di via Poma, primo sospettato dell’omicidio di Simonetta Cesaroni.
Ma Vanacore nel corso della sua deposizione avrebbe potuto rifiutarsi di rispondere alle domande dei giudici e appellarsi alla facoltà di non rispondere, così come sancito dall’articolo 64 del Codice di Procedura Penale. Così come l’acqua poco profonda nel quale è annegato gli avrebbe permesso di salvarsi con pochi sforzi. All’epoca non esisteva nessun diritto all’oblio, facoltà oggi sancita dall’articolo 17 del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR). Un diritto alla cancellazione, di chiedere la rimozione di propri dati personali e informazioni online, ormai non più attuali o irrilevanti, che ledono la reputazione. Il diritto di poter andare avanti dopo un ricorso accolto in Cassazione. Non è possibile conoscere le verità del signor Pietro, di cosa realmente sapesse su quegli uffici al terzo piano di via Poma, se subisse ricatti e tacesse sull’omicidio di Simonetta Cesaroni. Ma è possibile conoscere le ragioni che hanno spinto un uomo ad annodare una fune intorno alla caviglia e l'altra estremità a un albero sulla scogliera. Vent’anni di sospetti.