L’attesa è quell’arco temporale in cui si volge lo sguardo a qualcuno o a qualcosa, in cui il respiro e la pazienza si fanno profondi per lasciare spazio al silenzio e alla speranza. Ma in una società dominata da una libertà senza limiti e dall’immediatezza, il tempo dell’attesa è collassato, si è polverizzato tra le città globalizzate dove tutto scorre e cambia velocemente. Attendere è un verbo che non trova spazio nelle agende delle persone, perché ogni momento della giornata è occupato da impegni, appuntamenti, call di lavoro.
Intrappolati nell’indifferenza
Non si aspetta più nulla perché i giorni sono colmi di faccende urgenti - un’urgenza talvolta apparente -, perché la società del consumo consente di ottenere ogni cosa con facilità, perché le possibilità di scelta sono infinite e proprio per questo non si è più capaci di scegliere ciò che conta davvero per sé stessi. Ci si illude di essere liberi, ma difatti si è prigionieri di un’epoca capitalistica e iper-digitalizzata che sottrae sempre più tempo alla propria vita interiore. I mezzi tecnologici ci rendono costantemente reperibili, connessi, “sorvegliati”, ma manca la capacità di connettersi emotivamente con il proprio Sé e con quello degli altri.
“Il troppo grande ci lascia indifferenti” ha affermato il filosofo Günther Anders per descrivere che a causa del progresso, l’uomo ha perso il suo rapporto autentico con il mondo. È indifferente perché non è più in grado di intervenire di fronte all’enormità della tecnica che ha preso il sopravvento sull’etica umana.
Divergere lo sguardo
Non c’è dubbio che stiamo condannando l’umanità all’afasia. I contatti reali si assottigliano sempre più, mentre si espande la dipendenza dal virtuale. Quel che conta è consultare spasmodicamente email e messaggi whatsapp, rispondere alle telefonate, essere perennemente online giacché la disconnessione suscita ansia.
A proposito del crollo del tempo dell’attesa, lo psicologo Umberto Galimberti osserva: “Non disponiamo più del nostro tempo per pensare le nostre risposte perché dobbiamo darle subito e di corsa, non abbiamo più la possibilità di interiorizzare i nostri amori perché, se non chiamano, è già subito abbandono. Non sappiamo più stare soli con noi per più di un’ora, e così la nostra interiorità si impoverisce."
Non saper stare da soli significa privarsi non solo della conoscenza di sé stessi, ma anche di quella degli altri. Le persone non hanno voglia di ascoltare le storie altrui, di accogliere i dolori dell’Altro. Ci si spazientisce per niente, si cammina a passo svelto con il volto abbassato su uno schermo. Il mondo fuori corre e cambia veloce, mentre quello interiore è messo in pausa.
A causa della velocità del nostro tempo, l’uomo si è arroccato in quello che Pascal ha definito il divertissement, cioè l’atto di “divergere lo sguardo” pur di ignorare la condizione umana individuale e collettiva.
Riscoprire il tempo dell’attesa
Per riscoprire il tempo dell’attesa occorre destituire il potere all’immediatezza e restituirlo alla lentezza. Occorre recuperare “Il tempo del bosco”, concetto dell’omonimo libro di Mario Calabresi in cui parla dell’importanza di mettere al centro quello che ci sta a cuore, di infrangere la ripetitività della vita quotidiana per incontrare il Nuovo, l’imprevisto.
Il tempo dell’attesa chiede di scardinare l’agenda degli appuntamenti urgenti per fare posto a noi stessi, per dedicare spazio a un amico, a un figlio, a un genitore o a uno sconosciuto. Solo il tempo dell’attesa può renderci persone migliori e consapevoli della potenza umana.
L’attesa è potente perché nutre il desiderio, allena la calma, instilla il dubbio e sprigiona l’immaginazione. L’attesa è l’anticamera della pazienza, è l'intervallo di tempo che ci insegna a stare al mondo e nel mondo, a convivere con il dolore mentre si attendono giorni di luce e di gioia. L’attesa è il perimetro entro cui germogliano la speranza e l’energia, é lo spazio che ci mette in contatto con l’Altro. Bisogna ribellarsi al potere del mercato che ha sostituito il tempo con la merce. Nessun bene materiale può essere rimpiazzato da una vita emotivamente piena e affettivamente ancorata.