Un retrobottega immaginario in cui rigenerarsi di passioni
Con Ilaria Gaspari una riflessione sul tempo per perdersi e scoprirsi
16 ottobre 2026
5 min lettura
Una prospettiva filosofica può aiutare a leggere il mondo attraverso uno sguardo diverso? Abbiamo posto questa domanda a Ilaria Gaspari, scrittrice e filosofa italiana, chiedendole di soffermarsi su un tema particolarmente delicato: le passioni. Quelle che oggi sembrano dover per forza trasformarsi in qualcosa di più. Di più produttivo, di più remunerativo, di più performante. Quelle che rischiano di logorare quando non rimangono tali e vengono vissute con troppa intensità. Ma anche quelle che richiedono un bene prezioso per poter essere coltivate: il tempo.
Qual è la definizione di passione in cui credi di più e come si fa a riconoscere una passione oggi, in un mondo che ci impone sempre più velocità, lasciandoci sempre più vuoti e distratti?
«Direi che una passione, per come la intendo io, è qualcosa che ci fa vivere più intensamente, che in questo senso ci rende più felici - anche passando per le turbolenze che talvolta si attraversano, perché la felicità non è una calma monodimensionale ma è anche stravolgimento di quello che credevamo di sapere, è scoperta e qualche volta apprensione. E per scoprire e coltivare una passione abbiamo bisogno innanzitutto di tempo, di un tempo protetto dagli occhi del mondo. Montaigne parlava di un piccolo "retrobottega", uno spazio riparato in cui non combiniamo affari, non vendiamo e non compriamo nulla. Ecco, forse la soluzione è costruirci anche solo nell'immaginazione un retrobottega tutto nostro.»
Spinoza aveva introdotto il termine "affectus", inteso come l’idea che ciò che sentiamo ha a che fare con noi e che coinvolge corpo e mente. Come possono oggi, i giovani, capire cosa li coinvolge davvero?
«Penso che la cosa più importante sia imparare - davvero - ad ascoltarsi, provando a far tacere per un po' il rumore di fondo. Per rumore di fondo intendo il frastuono di quello che un grande filosofo del nostro tempo, Pascal Chabot, chiama il superconscio digitale a cui siamo sempre connessi, e che ci distrae troppo spesso dal filo dei nostri pensieri, dal guardare le cose davvero, quelle non ci piacciono o ci fanno un po' paura ma anche quelle che invece ci piacciono, che sono importanti per noi anche se magari ci pare che non interessino al mondo o che siano perdite di tempo. La mia passione per la filosofia e per la letteratura, per esempio, agli occhi di molti sarà pure una perdita di tempo: per me è l'esercizio fondamentale della mia vita, il che non vuol dire che non mi occupi e preoccupi poi anche di altro, ma vuol dire che il modo che ho trovato per stare nel mondo passa dalle parole, lette, dette, scritte. Per qualcun altro sarà altro, altri interessi, altre passioni, ed è bellissimo così. Ci vuole tempo per scoprire cosa è importante per noi, tempo e, soprattutto, una forma di ascolto di noi stessi che si impara solo vivendo.»
Secondo te, è giusto che le passioni si trasformino in un lavoro o è necessario lasciare che restino tali, soprattutto in una società che tende a vedere qualsiasi azione come performance?
«Non credo che esista una regola valida per chiunque: non è detto che una passione, o un richiamo forte verso qualcosa, o anche un talento, debba per forza trasformarsi in mestiere, e viceversa, non è detto che il lavoro che facciamo debba definire il perimetro di interessi e passioni. Siamo tante cose diverse, e il destino che ci costruiamo dipende da un'infinità di congiunture, alcune che scegliamo noi, altre che entrano a far parte delle nostre storie senza che le abbiamo scelte, qualche volta senza nemmeno che le avessimo immaginate. Quello che credo sia importante oggi, oltre a cercare di ridare dignità al lavoro, che non deve diventare alienazione ma che purtroppo spesso è tutelato troppo poco a livello di diritti e di stipendi, è, su un piano meno direttamente politico, svincolarsi da un'idea di successo iper-competitiva e in fondo invalidante. Non è necessario dimostrare a tutti i costi di "riuscire", di prevalere sugli altri, di essere più capaci o più acclamati, per essere felici. La felicità è una pienezza nel gesto, è un contatto profondo con quello che amiamo, anche magari con lo sforzo creativo, in ogni caso con qualcosa che ci trasforma, ci fa crescere e maturare. E questo contatto non solo non si "misura", ma non è assolutamente sminuito dalla felicità né dal successo degli altri.»
Cuore o mente: che consiglio daresti a un giovane per dirgli a quale delle due affidarsi per scegliere il proprio futuro?
«Io forse consiglierei soprattutto di non guardare al cuore e alla mente come a due entità distinte o addirittura divergenti, ma di trovare in sé stessi il punto in cui si incontrano, in cui una strada ci sembra ragionevole ma anche amabile, o amabile ma anche ragionevole, perché quel punto esiste, anche se può volerci un po' di tempo, e un po' di sforzo di auto-osservazione, per riuscire a trovarlo. E nel frattempo consiglierei di ricordare che se una strada non è quella giusta, non finisce il mondo: il nostro perimetro lo conosciamo anche inciampando, abbiamo bisogno di tornare indietro, di ricominciare, qualche volta, per disegnare una mappa tutta nostra. E non c'è niente di cui vergognarsi, e soprattutto, le seconde, terze e quarte possibilità non solo esistono, ma sono il segno che stiamo vivendo. La vita ci perdona molto più di quanto sembri suggerirci la nostra società terrorizzata dal fallimento, che lo trasforma in uno spauracchio e ci costringe così a intestardirci nell'infelicità pur di non ammettere che magari, crescendo, conoscendoci meglio, la strada che ci pareva migliore si è rivelata una parte di un percorso più lungo che ci porterà altrove. Io per trovare la mia strada, che comunque mi pare sempre provvisoria, mi sono persa un'infinità di volte. Non è stato facile accettarlo, ma quando ho imparato a farlo, a non credere che lo smarrimento sia necessariamente la fine di tutto, sento meno il peso di dover dimostrare qualcosa, e quindi tutto quello che mi succede lungo strade o sentieri secondari lo vedo più come un'avventura che come una punizione. E questo cambiamento di sguardo mi aiuta tantissimo, anche nelle relazioni con gli altri.»
Qual è, secondo te, la lezione più grande che la filosofia può dare a un giovane che oggi cerca la propria strada e il proprio posto nel mondo?
«Credo che una cosa inestimabile che insegna la filosofia sia a guardare le cose davvero con i nostri occhi, e senza aver paura di cambiare prospettiva. Cioè rendendo davvero attivo il gesto di provare a capire il mondo, senza accontentarsi di visioni di seconda mano, di idee semplicemente ricevute da altri. È importante questo esercizio mentre si cresce, perché inevitabilmente incontriamo consigli e aspettative, e dobbiamo imparare a usare il nostro senso critico perché anche il consiglio più affettuoso non rischi di diventare una trappola o una prigione. Per questo diffido sempre un po' dei consigli e delle ricette "universali": la filosofia insegna anche questo, immunizza al rischio di farsi dire da altri cosa fare e pensare. Rende insomma autonomi. Sembra una cosa piccola, e invece è forse la più grande di tutte.»