Per un’intera generazione gli anni delle medie e delle superiori hanno coinciso con il successo degli One Direction. Cinque, all’inizio. Quattro, dal 2015, quando Zayn lasciò la band. Una frattura emotiva generazionale. Tanto che migliaia di ragazzine aderirono a CutForZayn, agendo atti autolesivi per mostrare il dolore scaturito dalla sua decisione.
Negli istituti italiani ebbe risonanza limitata. Tuttavia, nello stesso periodo molte scuole dovettero fare i conti con un aumento di episodi autolesivi. Un elefante nelle stanze dei dirigenti scolastici, alle prese con qualcosa di difficile da interpretare.
Per avere un’idea dell’ordine di grandezza, basti pensare che durante il 76esimo Congresso Italiano di Pediatria (datato 2021), la psichiatra Giulia Serra segnalava che dal 2011 al 2018 le richieste di aiuto per comportamenti suicidari e autolesivi all’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma erano aumentati di quasi 20 volte. Era necessario comprendere se si fosse di fronte a una pandemia di dolore o al coraggioso emergere di un malessere sempre esistito ma che ora trovava la forza di chiedere ascolto.
Era il periodo di Tumblr, il seminterrato buio dove la sofferenza era raccontata senza (con?) filtri. Nel 2012 la piattaforma tentò di bandire i profili che promuovevano autolesionismo, ma le community non sparirono, anzi, si chiusero a riccio ideando codici per aggirare la censura. Non spettava al social affrontare quel dolore, ma il tentativo mostrò che intervenire sul mezzo non risolve le cose. Ammesso che l’obiettivo sia risolverle.
Il tema non ha mai smesso di essere attuale. Tornare a parlarne significa riconoscere ciò che resta implicito, ma anche restituire dignità all’individuo e alla sua esperienza. È però un terreno scivoloso, che non può essere affrontato con superficialità. Mistificare il dolore piegandolo a logiche commerciali e a consigli preconfezionati significa tradire chi spera invece di trovare, in quelle parole, un rispecchiamento autentico.
Negli ultimi mesi è frequente imbattersi in contenuti social in cui adolescenti alludono a forme di autolesionismo non suicidario (Non-Suicidal Self-Injury, secondo la definizione psichiatrica) da loro messe in atto. Talvolta senza esplicitare la tematica, ma in modo comunque ben riconoscibile.
Capita ricevano supporto da chi sente il tema vicino perché toccato in prima persona, ma anche da utenti estranei alla tematica. Dall'altro lato della platea, però, il clima cambia: c'è chi brandisce l'accusa di «ricerca di attenzioni». Vale la pena fermarsi e chiedersi quale sia la finalità di questi commenti. Non abbiamo il dovere di farci carico di ogni sofferenza che incontriamo online, soprattutto quando si tratta di persone che nemmeno conosciamo. Ma abbiamo la responsabilità dell’impatto delle nostre parole.
Di recente su TikTok si è consumata una rivoluzione silenziosa. Un tempo si commentava rivolgendosi a chi pubblicava il contenuto. Ora si finge quasi che quest’ultimo non esista, indirizzando i commenti agli altri spettatori. Una sorta di cinema: gli utenti si siedono e giudicano lo scorrere del film senza preoccuparsi della reazione del regista. Tanto, pensano, non li ascolterà.
Eppure il regista può leggere, imbattendosi in commenti che sembrano un cinico esercizio di social signalling: criticano (e negano) il dolore altrui per nutrire il proprio prestigio sociale dimostrando la propria presunta lucidità. Come a dire “guardate, io non ci sono cascato”. A questo punto però la domanda è inevitabile: chi è che sta cercando attenzioni?
La spinta a condividere il proprio dolore online non nasce dal nulla, né dall’esclusivo desiderio di apparire. Senza la presunzione di poter elencare tutte le motivazioni possibili – perché ogni storia è unica e irripetibile – è importante elencare alcuni bisogni retrostanti, già indicati nella letteratura psicopatologica (si vedano, per esempio, i lavori di Janis Whitlock e Stephen Lewis). Può essere la ricerca di un rispecchiamento che manca nel mondo fisico o un modo per validare la propria esperienza attraverso lo sguardo di chi ci è già passato. Ma c’è dell’altro: lo sforzo di rompere l'isolamento, trasformando vergogna muta in appartenenza. Inoltre, dal momento che il dolore psichico è un fantasma e l’ambiente reale circostante può restituire la conclusione che sia “tutto nella tua testa”, pubblicare l’esito di un autolesionismo (o alludervi) può dare una forma indiscutibile al fantasma. Come a dire: se è sullo schermo, se gli altri lo vedono, allora non me lo sono inventato.
Negare che esistano dinamiche di spettacolarizzazione del dolore sarebbe disonesto. È inutile banalizzare, ma è altrettanto pericoloso idealizzare. Esporre il proprio autolesionismo può riaprire ferite solo apparentemente rimarginate in chi guarda. Anche quando nasce da un sincero bisogno di sfogo, l’impatto può innescare forti reazioni emotive e fisiche.
Si rischia inoltre la normalizzazione: la condivisione può trasformarsi in un manuale di istruzioni che alimenta un effetto contagio, convincendo migliaia di fan che l’autolesionismo sia la risposta a un giovane cantante che abbandona la propria band. O peggio, si rischia di innescare una competizione, una rincorsa a chi soffre di più, dimenticando che nella classifica del malessere non esistono vincitori.
Nonostante ciò, urge una consapevolezza che parta da un presupposto: ridurre la soggettività di un individuo al suo agire autolesionistico è poco produttivo, oltre che antipatico. È una scorciatoia che prendiamo quando liquidiamo questi gesti come «capricci», evitando di interrogarci sulla reale minaccia che li ha generati.
Per alcuni l'autolesione è una forma estrema (e disfunzionale) di regolazione emotiva, un modo per sentire qualcosa o, al contrario, smettere di sentire un dolore psichico intollerabile. Per altri, è l’ultima risorsa comunicativa superstite. A livello psicopatologico si parla di agito (o acting out): una comunicazione che esplode quando non esistono, o sono stati sistematicamente ostruiti, altri canali autentici per esprimersi. Se per ottenere uno sguardo è necessario ferirsi, il problema non risiede nel gesto in sé, ma nell’aver sperimentato e appreso che il contesto è sordo e incapace di offrire aiuto.
Marsha Linehan è una delle principali psicoterapeute che si occupano di studio e trattamento dei comportamenti disfunzionali associati al disturbo borderline di personalità. Seguendo le sue teorizzazioni, dire che qualcuno «sta solo cercando attenzioni» significa riprodurre l’ambiente che invalida il dolore e costringe il soggetto ad alzare sempre di più il volume del proprio agire solo per ottenere il diritto elementare di essere creduto. Vale allora la pena chiedersi: che funzione ha questo gesto? Cosa sta cercando di comunicare (o di regolare)?
Se fossimo su una barca che sta affondando, lanceremmo un razzo di segnalazione per chiedere aiuto. Non ci aspetteremmo che chi è a riva iniziasse a discutere della saturazione del rosso della scia. Spereremmo, invece, che venisse in nostro soccorso. Allora smettiamo di osservare la sola segnalazione. E iniziamo, finalmente, a guardare il dolore per quello che è.
Se stai attraversando un momento di difficoltà, non devi affrontarlo da solo.
Puoi contattare Telefono Amico Italia (02 2327 2327) o il servizio Samaritans – Numero Verde (800 86 00 22), attivi per ascolto e supporto. In caso di emergenza, rivolgiti al 112 o al pronto soccorso più vicino.