La risposta che il pronto soccorso non può dare
Ci siamo chiesti se servisse uno psicologo in pronto soccorso. Ma la domanda è un’altra: dove si va quando si esce da quella porta? E soprattutto, chi evita di farci entrare?


Ci siamo chiesti se servisse uno psicologo in pronto soccorso. Ma la domanda è un’altra: dove si va quando si esce da quella porta? E soprattutto, chi evita di farci entrare?

Un dolore al petto, una difficoltà a deglutire, un malessere improvviso. Il paziente arriva, si procede con gli accertamenti e si cercano cause organiche. Se non si trova nulla? Può entrare in gioco la psicosomatica: non l’idea che «sia tutto nella testa», ma la possibilità che uno stato psicologico contribuisca a produrre, aggravare o mantenere un sintomo fisico.
Solo che in pronto soccorso non basta intuirlo. «L’ansia è una diagnosi di esclusione», spiega Solange Fugger, responsabile del Pronto Soccorso dell’Aurelia Hospital di Roma, conosciuta anche come Minerva Salute. Significa che prima bisogna escludere tutto il resto. «Il medico d’urgenza deve lavorare con protocolli, come dolore toracico e dolore addominale», continua. Un connotato psicosomatico può condire l’aspetto clinico, ma quella diagnosi non avviene in pronto soccorso. «Se sei dimissibile, io ti dimetto. Poi si parlerà dell’aspetto psicosomatico».
Cosa succede se quel «poi» non trova un posto dove andare? Il paziente può tornare dove una risposta l’ha già trovata almeno una volta: il pronto soccorso. Un accesso che non pesa sull’organizzazione del pronto soccorso di Fugger, a suo parere. «Ma parlo solo per la mia realtà».
Una prospettiva diversa arriva da Sebastian Cristaldi, responsabile del Pronto Soccorso e del DEA di II livello dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, che sposta l’attenzione sulla possibilità di costruire risposte alternative per alcuni bisogni che oggi finiscono per arrivare in ospedale. «Quanti anziani si rivolgono ripetutamente al pronto soccorso anche in questo periodo?», osserva. «In un periodo così (stiamo parlando dell’estate, ndr) magari si sentono anche più soli e più abbandonati».
Uno studio di coorte retrospettivo condotto sui residenti del distretto 15 della Asl Roma 1 ha analizzato gli accessi effettuati nel 2022 nei 23 pronto soccorso della capitale. Gli autori hanno classificato il 60,8% dei 24.970 accessi di quell’anno come inappropriato. Non indica che quel 60,8% fosse composto da problematiche psicosomatiche, ma che una parte consistente degli accessi potrebbe trovare una risposta più appropriata fuori dagli spazi realizzati per le emergenze.
In merito, la revisione del 2023 del Piano Regionale per la Gestione del Flusso di Ricovero e del Sovraffollamento in Pronto Soccorso sottolinea la necessità che le Asl «definiscano e attivino percorsi appropriati, diversi dall’accesso al PS», per gli utenti che esprimono il proprio bisogno di salute attraverso l’emergenza-urgenza.
Quali bisogni rischiano di rimanere fuori? «Può essere che ci siano più pazienti che godrebbero di un consulto integrato fra urgenza e psicologia clinica, ma che non vengono, tra virgolette, rilevati», racconta Cristaldi. «Magari continuano a tornare in pronto soccorso».
Al Bambino Gesù, su circa 60mila accessi pediatrici annui, sono tra 1.600 e 1.800 le consulenze neuropsichiatriche. Ma sono soltanto i casi che possono essere contati attraverso quel tipo di presa in carico. Non sono inclusi, per esempio, «i pazienti che indirizzo alla psicologia clinica», indica Cristaldi.
Il rischio più serio è confondere le due cose: pensare che un sintomo abbia matrice del tutto psicologica e scoprire solo dopo che non lo aveva. «Anche se un paziente ha in anamnesi una storia di disturbi d’ansia, non ragiono sulla base di quello», spiega Fugger. Su una linea affine, Cristaldi ricorda il caso di una ragazza di 14 anni giunta nel suo pronto soccorso dopo essere stata seguita altrove per disturbi dell’alimentazione. Seguendo parallelamente anche la parte organica, una risonanza cerebrale aveva mostrato la presenza di un tumore. «Non lo racconto per dire che noi siamo più bravi», ci tiene ad aggiungere. Vuole solo mostrare che la psicosomatica non può diventare una scorciatoia.
A cosa serve uno psicologo o uno psicoterapeuta in ogni PS? Non a fare psicoterapia, sia chiaro (per quella servono tempo e continuità). Fugger, che ha una figura psicologica in pronto soccorso dice di avvalersene «per colloqui difficili, come per persone che hanno subito aggressioni».
Cristaldi invita a guardare la questione dal punto di vista di chi deve organizzare un sistema con risorse finite. «Se mi danno uno psicologo a costo zero, a budget conservato, perché no, ma bisogna chiedersi se è davvero efficacie», aggiunge.
«Sarebbe un ottimo filtro», dice, quando gli chiediamo di immaginare strutture esterne al pronto soccorso capaci di intercettare quei bisogni che non richiedono una risposta immediata. In parte gli spazi esistono già – si pensi per esempio ai Centri di salute mentale, strutture territoriali pensate per la presa in carico psichiatrica e psicologica – ma bisogna chiedersi quanto siano accessibili e quanto una persona sappia rivolgersi a loro quando il suo problema non è abbastanza urgente per il PS, ma nemmeno abbastanza semplice da poter essere lasciato lì.
Come si potenzia una sanità in cui il pronto soccorso gestisce l'urgenza, e il territorio intercetta tutto il resto prima che diventi emergenza? È un tema su cui torneremo.